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Geografia delle disuguaglianze

di Michele Lipori

di Michele Lipori. redazione Confronti

Secondo un rapporto di Save the Children, oltre 142mila minori vivono nelle aree urbane più fragili delle città metropolitane italiane. In questi quartieri si concentrano abbandono scolastico, povertà educativa e minori aspettative per il futuro, confermando il peso delle disuguaglianze territoriali.

I dati del recente rapporto di Save the Children, dal titolo I luoghi che contano. Infanzia e adolescenza nelle periferie urbane, mostrano quanto il quartiere in cui si cresce continui a influenzare opportunità, istruzione e aspettative di vita. Nelle 14 città metropolitane italiane prese in esame, circa 142mila minori – il 10,3% del totale – vivono nelle 158 Aree di disagio socioeconomico urbano (Adu), individuate dall’Istat attraverso indicatori che combinano povertà, disoccupazione, basso livello di istruzione e altre forme di svantaggio: si tratta spesso di quartieri noti – da Tor Bella Monaca a Roma fino a Scampia a Napoli, da San Siro a Milano allo Zen di Palermo – ma più in generale si tratta di zone dove le fragilità sociali tendono ad accumularsi.

Quasi tre quarti di questi ragazzi (73,5%) si concentrano in cinque città: Roma – che da sola ne ospita oltre 30mila –, Milano, Napoli, Torino e Palermo. Nelle Adu la presenza di minori è più elevata rispetto alla media cittadina: il 16,7% degli abitanti ha meno di 18 anni, contro il 14,8% del resto della popolazione urbana. Anche i bambini più piccoli risultano sovrarappresentati: 1 su 10 nasce già in un contesto di forte svantaggio.

Le conseguenze si vedono soprattutto a scuola: nelle Adu il tasso di abbandono e ripetenza nella secondaria raggiunge il 15,4%, il doppio rispetto al 7,6% registrato nel resto delle città. Ancora più significativo è il dato sulla “dispersione scolastica implicita”: il 20,8% degli studenti conclude la terza media senza competenze adeguate in italiano, matematica e inglese. A Bologna la quota sale al 23,1%, contro una media cittadina del 6%. Le differenze riguardano anche l’offerta educativa: in 37 Adu il tempo pieno è sotto la media cittadina e in 18 è completamente assente, lasciando oltre 8.800 bambini senza questo servizio. Inoltre, il 16,7% degli studenti dichiara di non avere sempre il materiale scolastico necessario e il 17,3% rinuncia alle gite per motivi economici.

Il contesto incide anche sulle aspettative: solo il 36,5% dei ragazzi delle Adu pensa di iscriversi a un liceo, contro il 66,9% dei coetanei che vivono in quartieri più agiati. Meno di uno studente su quattro immagina un percorso universitario. La segregazione educativa resta forte. Nelle scuole delle Adu gli alunni con cittadinanza non italiana sono in media 4,6 per classe, contro i 2 del resto della città; a Torino il rapporto è 10,9 contro 2,8. Le fragilità tendono quindi a concentrarsi nelle stesse aree e di conseguenza negli stessi istituti e nelle stesse classi. Anche la percezione del quartiere riflette queste disuguaglianze: il 49,1% dei ragazzi ritiene che la propria zona sia giudicata negativamente dall’esterno e solo il 59,8% si sente al sicuro, contro il 74,9% degli altri coetanei.

Le richieste che emergono dalle interviste sono molto concrete: trasporti migliori, biblioteche, centri giovanili, spazi sportivi e luoghi di incontro. Il 31% indica proprio questi ultimi come priorità. Un dato che suggerisce come la povertà educativa non dipenda soltanto dalla scuola, ma anche dalla qualità degli spazi e delle relazioni che un territorio è in grado di offrire, ed è emblematico che tali spazi siano sempre meno disponibili. Per questo, conclude Save the Children, ridurre le disuguaglianze territoriali significa investire direttamente nel futuro dei minori e del Paese.

Foto: Periferia © Denis Bayer / Copyleft

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