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Il voto russo. Le urne e i droni

di Angelo Turco

di Angelo Turco. Geografo africanista, Professore emerito all’Università IULM, già Presidente di Fondazione Università IULM

 Per la prima volta dall’invasione su vasta scala in Ucraina, la Russia ha rinnovato integralmente la Duma. Un voto dominato dal partito Russia Unita di Putin e dall’assenza dell’opposizione contraria alla guerra, mentre migliaia di droni ucraini colpivano il territorio russo.

Per tre giorni, da venerdì 18 a domenica 20 settembre, la Russia ha votato. Non si trattava di una consultazione minore. Per la prima volta dall’invasione su vasta scala dell’Ucraina del febbraio 2022, i russi erano chiamati a rinnovare integralmente la Duma di Stato: 450 deputati, metà eletti attraverso liste di partito, metà in collegi uninominali. Al voto nazionale si sono sovrapposte oltre duemila consultazioni regionali e locali. E si è votato anche in Crimea e nelle parti delle regioni ucraine di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson controllate dalla Russia: territori che Mosca considera propri e che l’Ucraina e gran parte della comunità internazionale considerano territori ucraini occupati.

IL RISULTATO ELETTORALE

Con oltre il 95% dei protocolli scrutinati, Russia Unita, il partito del potere putiniano, ottiene il 57,8% dei voti; seguono i comunisti con il 13,8%, Partito Liberal-Democratico (Ldpr, ultranazionalista di estrema Destra) con il 9% e Nuova Gente (di orientamento centrista, liberale ed economicamente riformista) con l’8%. Russia Giusta (di orientamento socialdemocratico e nazionalista, una forza di opposizione “controllata” leale al Cremlino) scende invece sotto la soglia del 5% e resta, allo stato dello scrutinio, fuori dalla ripartizione proporzionale. Ma il dato politicamente più rilevante riguarda i seggi. Secondo la distribuzione preliminare annunciata dalla Commissione elettorale centrale, Russia Unita ottiene 355 deputati sui 450 della nuova Duma, contro i 40 del Partito comunista, i 25 di Ldpr e i 20 di Nuova Gente. Il partito di Putin conserva dunque largamente la maggioranza costituzionale, fissata a 301 seggi. Dei 225 collegi uninominali, ben 208 vanno a candidati di Russia Unita. I risultati restano formalmente provvisori fino alla conclusione dello scrutinio e alla proclamazione ufficiale.

Ma che cosa significa, in queste condizioni, «vincere un’elezione»? La domanda è inevitabile. La competizione si è svolta in un sistema politico nel quale l’opposizione apertamente contraria alla guerra è stata sostanzialmente espulsa dall’arena elettorale. Yabloko, storico partito liberale e contrario all’invasione, è stato escluso dal voto proporzionale; molti oppositori sono incarcerati, all’estero o comunque impossibilitati a partecipare alla competizione. Restano le opposizioni cosiddette “di sistema”, che possono criticare aspetti della politica governativa, ma non hanno messo in discussione l’impianto fondamentale della guerra.

E tuttavia sarebbe un errore dedurne che il voto non serve a nulla. Serve eccome. Non tanto a decidere chi governerà la Russia, quanto a produrre e rappresentare politicamente il consenso. Putin aveva indicato l’appuntamento elettorale come una prova dell’unità del Paese e del sostegno ai combattenti. Il voto diventa così non semplicemente una procedura rappresentativa, ma un dispositivo di legittimazione: la trasformazione di una maggioranza elettorale, ottenuta nelle condizioni date, nella rappresentazione di una comunità nazionale raccolta attorno allo Stato in guerra.

MENTRE SI VOTA, LA GUERRA ARRIVA A MOSCA

Ed è qui che accade qualcosa di straordinariamente significativo. Mentre la Russia conclude il voto e comincia a contare le schede, l’Ucraina scatena una gigantesca offensiva aerea contro il territorio russo. Secondo le autorità russe, oltre mille droni sono stati intercettati tra il territorio della Federazione, la Crimea e il Mar Nero; centinaia erano diretti verso Mosca. Il sindaco Sergej Sobjanin ha parlato del più grande attacco di droni mai condotto contro la capitale. È stata colpita anche la raffineria di Mosca; nella regione della capitale vi sono stati morti e feriti. Le cifre sulle intercettazioni sono di fonte russa e vanno considerate come tali.

Non sappiamo se la coincidenza temporale abbia costituito l’obiettivo politico primario dell’operazione ucraina e sarebbe arbitrario affermarlo. Ma sappiamo che la coincidenza esiste e produce significato. Nelle stesse ore due rappresentazioni della Russia entrano violentemente in collisione.

La prima è quella dell’urna: un territorio ordinato in circoscrizioni, collegi, seggi, percentuali, maggioranze. La seconda è quella del drone: un territorio percorso da traiettorie, vulnerabilità, sistemi antiaerei, raffinerie, aeroporti, infrastrutture. Nella prima carta la guerra viene politicamente incorporata nello Stato; nella seconda, la guerra penetra fisicamente nello spazio dello Stato.

Qui appare con particolare chiarezza la nuova fase tecnologico-finanziaria del conflitto. L’Ucraina non dispone della profondità strategica, delle risorse demografiche e della massa militare della Russia. Ha però sviluppato una capacità di proiezione fondata su droni a lungo raggio, produzione tecnologica nazionale, intelligence, selezione di infrastrutture energetiche e logistiche. Non sostituisce la guerra combattuta sul fronte: vi sovrappone un’altra geografia della guerra. La distanza tra fronte e retrovia diventa porosa. Mosca, a centinaia di chilometri dal teatro terrestre delle operazioni, entra progressivamente nello spazio esperienziale del conflitto.

E proprio qui la dimensione fattuale diventa mediale. Mosca sostiene che l’attacco mirasse a disturbare le elezioni; Kiev insiste invece sulla necessità di trasferire sul territorio russo i costi economici e materiali della guerra. Sono due costruzioni narrative opposte dello stesso evento. L’una dice: «Il nemico tenta di colpire la democrazia russa». L’altra: «La guerra voluta dal Cremlino non può restare confinata in Ucraina».

COME CAMBIA LA GUERRA DOPO LE URNE

È questa, naturalmente, la domanda decisiva: il risultato elettorale spingerà Putin a intensificare la guerra? Non possiamo dirlo. Sarebbe stabilire un rapporto causale che, allo stato attuale, nessun dato consente di dimostrare. Possiamo però chiederci qualcosa di diverso e forse di più importante: quale uso politico può essere fatto di questo voto?

Tre cose sembrano rilevanti. La prima è la legittimazione. Con Russia Unita che conserva largamente la maggioranza costituzionale, il Cremlino potrà presentare il risultato come conferma della tenuta del consenso dopo quattro anni e mezzo di guerra. Non significa che ogni voto per Russia Unita equivalga a un voto per la guerra. Significa che il potere può raccontarlo anche in questi termini.

La seconda è l’informazione. Anche un sistema elettorale fortemente controllato produce dati: partecipazione e astensione, differenze regionali, comportamento delle grandi città, peso dell’opposizione sistemica. Il voto è dunque anche uno strumento attraverso cui il centro osserva la propria periferia politica e territoriale.

La terza è l’abilitazione. Una Duma dominata da Russia Unita non determina autonomamente la strategia militare, ma può continuare a fornire senza significativi ostacoli parlamentari il quadro legislativo necessario alle decisioni presidenziali: bilancio militare, sicurezza, reclutamento, economia di guerra, controllo interno. La vittoria non determina dunque necessariamente una nuova politica; amplia o conferma lo spazio politico entro cui quella politica può essere perseguita.

Ed eccoci al paradosso di questo 20 settembre. Il potere russo cercava nelle urne una rappresentazione della propria stabilità; l’Ucraina, nelle stesse ore, mostrava la vulnerabilità materiale del territorio sul quale quella stabilità viene rappresentata.

La prima territorializza il consenso. La seconda territorializza la guerra. Ed è forse proprio nel loro improvviso sovrapporsi che il voto russo acquista un significato geopolitico che va molto oltre i numeri della Duma.

Foto: Cattedrale di San Basilio (Mosca) © Nikita Karmov/ Copyleft

Immagine di Angelo Turco

Angelo Turco

Geografo africanista, Professore emerito all’Università IULM, già Presidente di Fondazione Università IULM

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