di Angelo Turco. Geografo africanista, Professore emerito all’Università IULM, già Presidente di Fondazione Università IULM
Il referendum islandese sull’Europa dello scorso agosto ha messo a confronto due diverse idee di sovranità: quella geopolitica, legata alla posizione dell’isola nell’Artico, e quella territoriale, fondata sul controllo del mare e delle risorse. A prevalere è stata quest’ultima, confermando il peso della pesca e dell’identità nazionale nel rapporto con l’Ue.
«Ce besoin d’appartenir au minéral quand les océans grondent tout autour». Ian Manook, Heimaey (primo romanzo del “ciclo islandese”)
In certe consultazioni elettorali la geografia serve, dopo il voto, a spiegare i risultati. In altre, assai più interessanti, la geografia entra nella cabina elettorale prima dell’elettore: gli fornisce argomenti, gli indica minacce, gli propone scale differenti alle quali pensare il proprio Paese. Il referendum islandese del 29 agosto 2026 appartiene a questa seconda categoria. Formalmente, agli islandesi veniva posta una domanda molto semplice: «L’Islanda dovrebbe riprendere i negoziati di adesione con l’Unione europea?». Non si votava dunque sull’ingresso nell’Ue. Un eventuale “Sì” avrebbe soltanto riaperto il negoziato interrotto oltre dieci anni fa e un eventuale accordo sarebbe stato successivamente sottoposto a un secondo referendum. Ha vinto il “No” con il 52,8%, contro il 47,2% del Sì, con una partecipazione altissima: 82,5%. Ma dietro quei cinque punti e mezzo di differenza si sono affrontate, in realtà, due rappresentazioni geografiche dell’Islanda.
UN’ISOLA CHE TORNA A INTERROGARSI SULL’EUROPA
L’Islanda aveva chiesto l’adesione all’Ue nel luglio 2009, sull’onda della crisi finanziaria, avviando i negoziati nel 2010: nel 2013 erano già stati aperti 27 capitoli negoziali e 11 provvisoriamente chiusi. Dopo le elezioni dell’aprile 2013, il nuovo governo di Centrodestra, formato dal Partito dell’Indipendenza e dal Partito Progressista e contrario all’adesione, sospese unilateralmente il processo, particolarmente controverso sui dossier della pesca e dell’agricoltura; nel 2015 dichiarò inoltre di non volerlo riprendere. La domanda di adesione, tuttavia, non fu mai formalmente ritirata, circostanza che ha reso giuridicamente possibile riaprire il dossier. La coalizione insediatasi nel dicembre 2024 – socialdemocratici, liberali di Viðreisn (in islandese “Rinascita”, o Partito riformista) e Partito del Popolo – inserì nel programma di governo un referendum sulla ripresa dei negoziati; il governo di Kristrún Frostadóttir lo propose formalmente nel marzo 2026 e l’Alþingi (“Assemblea generale”, ovvero il parlamento nazionale unicamerale d’Islanda) lo approvò il 27 maggio.
Colpisce, retrospettivamente, la continuità degli argomenti: le ragioni territoriali e sovraniste – soprattutto il controllo della pesca e delle risorse marine – che contribuirono alla sospensione dei negoziati nel 2013 sono sostanzialmente le stesse che hanno alimentato la vittoria del “No” nel 2026. È mutata assai più profondamente la geografia del “Sì”, alla quale l’attuale crisi dell’Artico e soprattutto la questione groenlandese hanno conferito una dimensione geopolitica che nel precedente ciclo negoziale era molto meno pronunciata.
Il fronte favorevole sosteneva un argomento apparentemente moderato: negoziamo, vediamo che cosa possiamo ottenere e poi decidiamo. Non a caso uno degli slogan è stato «Já til að sjá», grosso modo «Sì, per vedere». L’Islanda è già profondamente integrata nello spazio europeo: appartiene allo Spazio economico europeo e a Schengen, partecipa al mercato unico e recepisce una grande quantità della normativa comunitaria senza però partecipare pienamente ai luoghi nei quali essa viene decisa.
Con una superficie di circa 103mila km² e una popolazione di poco inferiore ai 400mila abitanti, l’Islanda presenta una densità inferiore ai 4 ab./km², tra le più basse d’Europa. A questa rarefazione insediativa corrisponde un’elevatissima prosperità: nel 2025 il pil pro capite raggiunge circa 98.300 dollari correnti, contro una media dell’Unione europea di circa 47.100 dollari, risultando dunque più che doppio. L’aspettativa di vita alla nascita si situa intorno agli 83 anni, mentre gli ultrasessantacinquenni rappresentano circa il 15-16% della popolazione: un invecchiamento significativo, ma sensibilmente inferiore a quello di molti Paesi europei. Ne risulta un piccolo Stato insulare, demograficamente esiguo ma territorialmente vasto, molto ricco e relativamente poco invecchiato: condizioni che contribuiscono a rendere particolarmente forte la percezione politica della sovranità sulle risorse e sull’immenso spazio marittimo circostante. Ma ancora una volta, l’insularità non equivale a isolamento economico: nel 2025 l’Unione europea assorbiva il 66,5% delle esportazioni islandesi e forniva circa il 45% delle importazioni, costituendo di gran lunga il principale spazio commerciale del Paese.
Per i sostenitori del Sì, riaprire il negoziato significava quindi verificare se fosse possibile trasformare una condizione di rule-taker in una partecipazione politica effettiva. Vi erano poi gli argomenti economici: stabilizzazione monetaria, prospettiva dell’euro, riduzione della vulnerabilità della corona islandese, tassi di interesse e costo della vita.
Il “No” opponeva una filosofia politica quasi speculare. Perché cedere sovranità per ottenere ciò di cui l’Islanda già gode in larga misura? Il Paese possiede accesso al mercato europeo, libertà di movimento e integrazione economica, mantenendo però autonomia proprio in settori cruciali come agricoltura e pesca. Dietro questa posizione stavano l’opposizione conservatrice, in particolare l’Independence Party, le organizzazioni della pesca e una sensibilità euroscettica molto radicata fuori dalla capitale.
Fin qui, normale politica europea. Ma la campagna ha acquistato un significato assai diverso quando sulla scena è entrata la geografia.
DUE GEOGRAFIE: LA GROENLANDIA CONTRO IL MARE
La geografia del “Sì” era innanzitutto una geografia di posizione. Guardiamo una carta dell’Atlantico settentrionale. L’Islanda non è semplicemente una piccola nazione europea collocata molto a Nord: è una piattaforma geopolitica tra America ed Europa, situata all’ingresso dell’Artico e prossima a una Groenlandia improvvisamente trasformata dalle rivendicazioni di Donald Trump in uno dei luoghi più sensibili del sistema internazionale.
La questione groenlandese ha perciò fornito ai sostenitori dell’integrazione europea un argomento che pochi anni fa sarebbe apparso assai meno persuasivo. Se perfino la Groenlandia, appartenente al Regno di Danimarca e dunque inserita nello spazio politico occidentale, può diventare oggetto di una rivendicazione territoriale statunitense, quale sicurezza possiede una piccola isola di circa 400mila abitanti collocata in una posizione strategica eccezionale? L’Ue veniva così rappresentata non soltanto come mercato ma come massa geopolitica protettiva. La guerra in Ucraina, la crescente centralità militare dell’Artico e soprattutto le dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia modificavano la carta mentale islandese: essere piccoli, isolati e strategicamente importanti poteva non costituire più soltanto un vantaggio. È una geografia che potremmo chiamare orizzontale: guarda lontano, situa l’Islanda nel sistema artico, collega Reykjavík a Nuuk, Washington, Bruxelles e Mosca. Il territorio nazionale acquista significato in funzione della sua posizione nel mondo.
Ma contro questa geografia ne operava un’altra, molto più vicina, materiale e quotidiana: la geografia del mare. L’Islanda possiede una Zona economica esclusiva (Zee, ovvero l’area di mare in cui lo Stato costiero ha diritti sovrani per gestire le risorse naturali ed ecologiche) enorme rispetto alle sue dimensioni terrestri. Il pesce e i prodotti marini rappresentano quasi il 40% delle esportazioni di beni. Soprattutto, il controllo delle acque di pesca non costituisce per gli islandesi soltanto un interesse economico: è parte della costruzione storica della sovranità nazionale. Basta ricordare le tre “guerre del merluzzo” combattute tra Islanda e Regno Unito tra gli anni Cinquanta e Settanta, attraverso le quali Reykjavík riuscì progressivamente ad ampliare la propria giurisdizione sulle acque circostanti fino alle 200 miglia.
Qui stava il punto politicamente esplosivo dell’adesione. Entrare nell’Ue avrebbe significato confrontarsi con la politica comunitaria della pesca, dunque negoziare regole, quote e modalità di accesso a una risorsa che gli islandesi percepiscono come eminentemente nazionale. I sostenitori dell’adesione osservavano che la distribuzione delle quote tiene conto delle catture storiche e che, proprio perché le flotte dell’Ue non pescano massicciamente nelle acque islandesi, Reykjavík avrebbe potuto ottenere condizioni favorevoli. Il fronte del “No” rispondeva con una domanda elementare: perché trasformare un diritto sovrano in materia di negoziato?
E qui la carta elettorale diventa quasi didascalica. Nei due collegi di Reykjavík ha vinto il “Sì”: 57,5% a Reykjavík Nord e 54,5% a Reykjavík Sud. Nel resto del Paese ha vinto il “No”: 62,9% nel Nord-Ovest, 61,2% nel Nord-Est, circa 60% nel Sud e 53% nel Sud-Ovest.
È difficile immaginare una dimostrazione più limpida del rapporto tra territorialità e comportamento politico. La geografia elettorale suggerisce un marcato dualismo urbano-rurale, che tuttavia non coincide perfettamente con una semplice opposizione città/campagna. Il “Sì” prevale soltanto nelle due circoscrizioni di Reykjavík (57,5% a Nord e 54,5% a Sud), mentre il “No” supera il 60% nelle circoscrizioni rurali del Nord-Ovest, Nord-Est e Sud, dove pesca e agricoltura conservano un peso economico e identitario assai maggiore. Significativo è però il 53% del “No” nel Sud-Ovest, la popolosa cintura urbana e suburbana che circonda Reykjavík: la faglia sembra dunque opporre, più precisamente, la centralità metropolitana alla territorialità produttiva e periferica. Nel cuore della capitale prevale l’Islanda delle reti, dei servizi, dell’istruzione superiore e dell’apertura internazionale; procedendo verso l’esterno riemerge l’Islanda delle risorse, del mare e del controllo territoriale.
La capitale, dove il rapporto con l’Europa passa maggiormente attraverso servizi, finanza, mobilità internazionale, università e funzioni terziarie, guarda alla scala continentale. Le periferie costiere guardano il mare che hanno davanti. E quel mare non è uno sfondo paesaggistico: è territorio produttivo, risorsa, lavoro, memoria politica e sovranità.
Alla fine, dunque, la geografia del “Sì” – l’Artico, la Groenlandia, Trump, la vulnerabilità geopolitica della piccola Islanda – ha perso contro la geografia del “No”: le acque, la pesca, la Zee, il controllo territoriale delle risorse. Si potrebbe dirlo ancora più semplicemente: la geografia della posizione ha perso contro la geografia dell’appropriazione.
PICCOLA CONCLUSIONE DI GEOPOLITICA MEDIALE
Ma c’è un ultimo passaggio. Gli islandesi non hanno votato direttamente né sulla Groenlandia né sui merluzzi. Hanno votato sulle rappresentazioni territoriali attraverso le quali questi oggetti sono stati trasformati in argomenti politici. È precisamente qui che interviene la Geopolitica mediale.
Durante la campagna sono entrate in competizione due differenti discorsivizzazioni geografiche dell’interesse nazionale. La prima cambiava scala: dalla piccola Islanda al grande spazio euro-artico. Diceva: guardate la carta, guardate dove siamo, guardate che cosa sta accadendo alla Groenlandia; nel mondo delle grandi potenze la sovranità di una piccola nazione può essere difesa meglio dentro una costruzione politica più vasta. La seconda compiva il movimento opposto, riportando lo sguardo verso il territorio prossimo: guardate il nostro mare, le nostre coste, le nostre comunità di pescatori; ciò che abbiamo conquistato storicamente non può essere consegnato a un dispositivo decisionale sovranazionale.
Non si sono confrontate dunque soltanto due opinioni sull’Unione europea. Si sono confrontate due scale, due immagini dell’isola e perfino due modi di concepire che cosa significhi essere un’isola.
Per il “Sì”, l’insularità rischiava di diventare vulnerabilità geopolitica. Per il “No”, rimaneva invece una risorsa di sovranità territoriale.
E il risultato del 29 agosto contiene, infine, una piccola lezione che va ben oltre l’Islanda. La politica non si limita a svolgersi nello spazio. Sempre più spesso produce, seleziona e mette in circolazione immagini dello spazio capaci di orientare le decisioni collettive. Una carta dell’Artico dice all’islandese: sei piccolo. Una carta delle 200 miglia nautiche gli dice esattamente il contrario: guarda quanto sei grande.
Ieri gli islandesi hanno scelto la seconda carta. E forse è proprio questa la cosa più affascinante del referendum: lo stesso Paese cambia dimensione a seconda della geografia attraverso la quale decide di guardarsi.
Foto: Islanda © Jonathan Gallegos/ CopyLeft
Angelo Turco
Geografo africanista, Professore emerito all’Università IULM, già Presidente di Fondazione Università IULM
