di Salvatore Piromalli. Filosofo e libero ricercatore, già operatore sociale.
Tra partenza, ritorno e restanza, l’esperienza migratoria si confronta con il legame profondo tra persone e luoghi d’origine, tra nostalgia, sradicamento e desiderio di futuro. Il restare emerge non come immobilità, ma come “un viaggio da fermo” capace di trasformare e riabitare le comunità.
In Calabria, terra di migrazioni, un antico proverbio dice: «Lu jiri e lu veniri Dio li fici» (L’andare e il tornare li ha fatti Dio). Allude genericamente all’andirivieni che connota la condizione umana, all’arcaica inquietudine migratoria di Homo sapiens, ma non solo. Sintetizza la visione che le società tradizionali del Sud Italia avevano del viaggio, della precarietà e ciclicità della vita, del moto pendolare dell’esistenza terrena (nascita-morte, giorno-notte). Fa cenno, indirettamente, alle oscillazioni del desiderio umano, sacralizza l’instabilità, il nomadismo e l’erranza, riportando sotto la protezione divina il viaggiatore e il suo andirivieni, l’andare in terra straniera così come il ritorno nella terra d’origine. Tutto ciò è voluto da Dio, parte dell’ordine naturale delle cose.
Andare e venire, partire e tornare, migrare e rimpatriare, fuggire e restare. Non c’è vicenda umana di migranti che non sia stata scandita dal doloroso conflitto tra queste due possibilità, un’opposizione tragica tra desideri mai del tutto pacificati, un partire segnato dal rimorso e dalla nostalgia, un abbandono necessario che tuttavia nutre intimamente nel tempo la possibilità chimerica di un ritorno “nel paese dove non si è mai stati”, poiché il tempo ha cambiato se stessi e il luogo di origine.
IL RITORNO IMPOSSIBILE
Una scena del film Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore (1988) ambientato in Sicilia, ci restituisce lo spessore tragico di questo dramma incessante che alberga nell’animo del migrante. Alfredo, il proiezionista cieco, parla a Salvatore (Totò), diventato ormai un inquieto adolescente, con parole crude, sofferte, forse necessarie: «Vattinni, chista è terra maligna! Non tornare più, non ci pensare mai a noi, non ti voltare, non scrivere. Non ti fare fottere dalla nostalgia, dimenticaci tutti. Se non resisti e torni indietro, non venirmi a trovare, non ti faccio entrare a casa mia. O’ capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu».
Alfredo tenta invano di amputare il vissuto ambivalente di ogni migrante, cancellando il passato e la forza nostalgica delle radici, sapendo forse che ciò che si lascia resterà sempre oggetto opaco e luminoso di un ambivalente desiderio di fuga e di ritorno. Salvatore, ormai uomo maturo e affermato, tornerà nel suo paese dopo 30 anni, per tentare di riannodare i fili spezzati di affetti familiari e storie mancate, ma quello che trova è un “altro” paese, un mondo antico in disfacimento che cede sotto i colpi del progresso e del profitto.
La nostalgia si muta in “solastalgia” (Glenn Albrecht): «una crasi tra il termine inglese solace (consolazione) e nostalgia. L’autore definisce questo stato come il dolore causato dalla continua perdita di conforto e dal senso di desolazione dovuto allo stato attuale della propria casa e del proprio paesaggio. Il paesaggio familiare è ancora lì, davanti a noi, ma a causa dei mutamenti subiti non è più fonte di conforto e genera insieme un senso di desolazione e di smarrimento» (V. Teti, La restanza, Einaudi, 2022, p. 134).
Mi riferivo a questa tonalità emotiva quando accennavo al paradosso di un ritorno in un luogo dove non si è mai stati: non la ricomposizione irenica del passato, ma un presente trasformato, imprevisto e spesso sconfortante, in cui tutto è stato alterato da metamorfosi irreversibili. «Non si torna. […] Ogni ritorno di esuli, erranti, emigrati, errabondi, stanziali si trasforma in delusione, in lenta consapevolezza che è impossibile tornare in un mondo deflagrato, in cui nulla è rimasto come prima» (ivi, p. 79).
I LUOGHI DELL’ABBANDONO E DELLA DIASPORA
Sul numero di Confronti di settembre 2025, Donato Di Sanzo richiamava l’attenzione sullo spopolamento progressivo delle aree interne del Sud, un’emorragia di popolazione, uno “tsunami demografico” dovuto a vari fattori: depressione economica, contrazione dei servizi e dei presidi soprattutto sanitari, mancata manutenzione dei centri storici, invecchiamento della popolazione. A queste cause si aggiungono spesso quelle di carattere naturale: calamità, catastrofi, terremoti, frane, alluvioni, in passato epidemie e guerre, all’origine di spostamenti massivi di intere comunità locali verso altre terre e paesi, alcuni rifondati ex novo, dando luogo a “paesi doppi” lungo la costa e nella sottostante pianura.
In Calabria molti paesi hanno subito questa sorte, una catastrofe antropologica e psichica in cui i riferimenti del passato vengono materialmente dissolti, spazzati via. Il luogo abitato non è un semplice fondale geografico, è un’estensione della mente e del corpo. «Siamo costitutivamente il luogo in cui siamo nati e cresciuti, siamo i luoghi che abbiamo abitato; siamo i luoghi sognati e desiderati e siamo anche i luoghi da cui siamo fuggiti e che a volte abbiamo odiato, per urgenza d’esistere al di fuori del perimetro noto» (ivi, p. 21). I vicoli, le piazze, le fontane, la campagna, gli animali, i giochi infantili, le feste, le relazioni e persino gli odori del paese natio fungono da “ancore emotive e cognitive” che animano scenari interiori. «Nel paesaggio acronico dell’infanzia – scrive Vito Teti – si formano la nostra esperienza estetica e percettiva e la nostra soggettività, il rapporto con gli oggetti e le relazioni con il mondo e con le persone. In quell’intercapedine che sfugge alla misura ferrea del divenire accadono epifanie, stupefazioni e profezie» (ivi, p. 22). La perdita del paese è la fine di un mondo che segna per sempre il vissuto delle persone: trauma da sradicamento, disorientamento topografico ed emotivo, ansia generalizzata, un senso di profonda instabilità e frammentazione dell’identità.
Talvolta, qualcuno non si arrende a questo esito traumatico, come documenta Teti nei suoi libri. Vi sono ancora paesi del Sud «abitati da poche famiglie, a volte da un solo abitante che resisteva, nonostante l’evidenza di una spoliazione identitaria. Ho parlato spesso con questi ultimi guardiani degli abitati, e quasi tutti mi hanno raccontato del loro obbligo morale di non abbandonare il luogo natio, di non lasciarlo morire in solitudine, di vegliarlo come si fa con una persona cara. Sapevano tutti di essere gli ultimi, ma in cuor loro speravano che qualcuno potesse tornare da fuori, o magari arrivare da un altrove, e con questa idea si impegnavano per lasciar segni, tracce, memorie per gli abitanti del futuro. Li ho visti organizzare le loro case come tanti musei della memoria, come musei della restanza, quasi dal loro impegno discendesse davvero una possibilità futura per l’abitato» (ivi, p. 21).
IL VIAGGIO DA FERMO DI CHI RESTA
A parte questi casi estremi e quasi eroici, la “restanza” è un fenomeno più complesso che va al di là della mera conservazione dell’esistente, di un senso di immobilità e avversione al movimento dell’andare. Non si rimane solo per rassegnazione, rinuncia, acquiescenza e fatalismo. Restare nel luogo o nella terra dove si è nati (così come ritornarvi dopo molti anni di erranza, magari in un’altra fase della vita in cui quei luoghi rivelano nuovi sensi e nuova bellezza) non è neppure una scelta sentimentale, l’attaccamento alle tradizioni e alla memoria, come se il luogo originario fosse una sorta di enclave edenica integra e pura. Nulla di tutto questo.
Nel restare, intanto, si manifesta un ulteriore elemento della condizione umana, divisa tra partire e tornare. Opposto e complementare al proverbio ripreso all’inizio, c’è un altro detto calabrese, anch’esso citato da Teti nel suo saggio, che dice: «La petra chi non fa lippu, si la leva la fiumar»” (La pietra che non si radica ancorandosi al terreno se la porta via la fiumara). La parola lippu risale al greco lípos (λίπος), che significa propriamente grasso, untume o liquido viscido, e indica il muschio verde, fradicio e molle che, come una patina algosa e scivolosa, ricopre e radica le pietre alla terra attraverso filamenti chiamati rizoidi. Ci sono persone che – loro malgrado – non “fanno lippu”, che non restano a lungo da nessuna parte, che sanno dove sono nate ma non sanno dove moriranno, sospinte da un vento ignoto che dissipa nel tempo storie e legami, travolte dalla “fiumara” interiore di un desiderio irrisolto che insegue sempre qualcosa che c’è, ma che manca sempre: pellegrini erranti «alla ricerca della patria perduta dell’anima, tanto amata quanto impossibile da trovare» (ivi, p. 106).
Il restante, invece, è colui che è riuscito faticosamente a radicarsi, a “fare lippu” nel paese dove è nato e ha vissuto, a dare un senso più o meno sofferto al luogo da cui altri fuggono o emigrano, o a cui ritornano. Anche il restare, come «lu jiri e lu veniri», è stato fatto da Dio, e dunque è sacro. Tra chi parte e chi resta non c’è opposizione, nessuno può dirsi detentore di una verità che l’altro ignora, nessuno può vantare una scelta eticamente più giusta. Vito Teti intravede anzi un sotterraneo, profondo legame tra i due esiti, una specularità ricca di implicazioni, una “coincidentia oppositorum”, come se il restare e l’andare fossero «il recto e il verso di un radicamento in cammino» (ivi, p. 26). Chi parte e chi resta sono compagni, complici, co-erranti.
Qui l’analisi della restanza proposta dall’antropologo calabrese (egli stesso a sua volta “restante e in cammino”, che vive ancora nel paese e nella casa natii, che dorme ancora nella stanza in cui è stato messo al mondo, cfr. ivi, p. 138) presenta un aspetto inedito. Le radici (il “lippu”) del restante non sono legacci che inibiscono il movimento e il cammino, l’esperienza di un andare fatto di altre dinamiche, di altre rotte, di altri aneliti, di altre aspirazioni. Come gli alberi, il suo è un viaggio restando sul posto, un andare desiderante che non interrompe l’appartenenza e la fedeltà a un luogo, un cammino fatto di infinito nel finito, di trascendenza nell’immanenza. Chi resta, resta camminando, immaginando, desiderando un cambiamento, un avvenire altro e diverso per il luogo che egli abita.
Questo significa riabilitare e ricostruire le comunità originarie, opponendosi alle tentazioni speculative, immobiliari, museologiche e turistiche, aprendosi a una «progettualità innovativa, aperta, mirata» (ivi, p. 51) che sappia pensare l’avvenire dei paesi in maniera creativa, valorizzando le risorse ambientali, paesaggistiche, culturali, facendo del luogo-paese un «corpo aperto, dinamico, capace di accogliere» (ivi, p. 53). Chi resta deve avere la capacità di orientarsi e agire verso un futuro possibile, senza farsi ingannare dal falso magnetismo di un mito passatista che cristallizza i luoghi e li svuota delle loro potenzialità. Un lavoro difficile per chi resta (e per chi torna), fatto di audacia, fiducia, impegno, cura, pazienza, ascolto e attenzione, in modo che il restare possa diventare – come scrive Sonia Serazzi a Vito Teti – «una sorta di fedeltà lanciata al futuro» (ivi, p. 57).
Ecco allora il punto di convergenza che costruisce possibili complicità e sintonie, che interseca i destini diversi di chi parte, di chi torna, di chi resta: il migrante, il tornante e il restante sono tutti in cammino verso un futuro, ciascuno in base a esperienze diverse ma non opposte, che anzi sono «in paradigmatica specularità» (ivi, p. 85). In particolare, Teti indica la possibilità di una restanza ricca di futuro, una restanza non subita che sappia farsi carico «delle memorie, dei bisogni, dei progetti di chi è rimasto e intende cambiare e inventare una nuova comunità. Bisogna essere utopici e concreti. [Bisogna saper] immaginare l’inimmaginabile e prevedere l’imprevedibile» (ivi, p. 67).
E allora, se partenza, tornanza e restanza sono esperienze inseparabili che si richiamano l’un l’altra, momenti di un’unica forma di umana inquietudine voluta, fatta e benedetta da Dio, vale la pena di lasciarsi andare alla vertigine poetica dei versi spaesanti di Giorgio Caproni (citati da Vito Teti, p. 83):
Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.
Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.
Foto: Calabria © Julia Taubitz/ Copyleft
Salvatore Piromalli
Filosofo e libero ricercatore, già operatore sociale
