di Mariangela Franch. Docente di economia e management – Università di Trento
Per lungo tempo l’economia ha considerato territori e comunità come semplici contenitori di attività produttive. La rubrica Radici del futuro racconterà esperienze nate in contesti spesso considerati periferici, ma ancora capaci di generare valore e offrire chiavi di lettura originali per comprendere il presente e immaginare il domani.
Il tema dello sviluppo economico può essere affrontato dalla prospettiva sociologica, geografica, storica o economica. Nei modelli economici i concetti di territorio e comunità hanno occupato per lungo tempo un ruolo marginale: sono stati considerati uno spazio dove collocare attività produttive, non una risorsa capace di generare valore. Per comprendere le ragioni di tale marginalità sarà utile partire dall’analisi dei modelli economici preindustriale e industriale.
Prima della rivoluzione industriale, i fattori produttivi considerati dai modelli economici erano terra e lavoro e prevedevano un modello di agricoltura di pura sopravvivenza (specialmente nei territori di montagna) o il modello basato sul latifondo. Nel primo caso, la poca terra posseduta dalla famiglia rappresentava la sola possibilità di generare un reddito incerto e spesso insufficiente. Nel secondo caso, tipico dei contratti di mezzadria del Centro Italia o del latifondo del Sud, la chiara distinzione tra proprietari della terra e lavoratori che la coltivavano faceva dipendere la remunerazione della terra e la sua rendita fondiaria dal valore con il quale i prodotti venivano scambiati sui mercati. Il lavoro di mezzadro o bracciante era remunerato da salari bassi e incerti oltre che poco regolamentati.
La rivoluzione industriale cambiò drasticamente il ruolo dei fattori produttivi considerati nel “nuovo” modello economico neoclassico/ liberista (o “us usual”), che rimase per almeno due secoli il riferimento teorico indiscusso. L’industrializzazione, nata in Inghilterra a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento si diffuse gradatamente nei Paesi europei, fino ad arrivare, circa un secolo e mezzo più tardi, anche in Italia, negli anni Cinquanta del Novecento.
Nel modello neoclassico la terra perse di importanza come fattore produttivo diretto, mentre il capitale finanziario e la possibilità di investire in nuove tecnologie divennero le leve strategiche. La massimizzazione dei profitti nel breve termine rappresentò il fine per garantire sia la remunerazione del capitale investito nelle imprese, sia la possibilità di superare ogni limite alla crescita grazie all’introduzione della tecnologia. La remunerazione del lavoro assunse gradatamente – attraverso le dinamiche del welfare e le conquiste sindacali del Novecento – caratteristiche di certezza dei salari e di progressiva crescita e tutela.
Il passaggio da un’economia prevalentemente rurale a un’economia basata sulla catena di montaggio, segnò un cambiamento epocale per i territori e le comunità. Lo sviluppo industriale basato sull’organizzazione scientifica del lavoro e delle macchine, richiedeva infatti nuovi spazi per l’insediamento delle fabbriche, raggiungibili dal trasporto su gomma e su rotaia. In Italia, le poche imprese industriali attive prima della Seconda guerra mondiale (Fiat, Pirelli, Montecatini, Ansaldo…), convertite a produzioni belliche e poi nuovamente riconvertite al termine della guerra, richiedevano un numero crescente di operai.
La manodopera locale non era sufficiente a garantire il pieno utilizzo della capacità produttiva legata all’aumentare delle dimensioni delle imprese ed era quindi imprescindibile attrarre lavoratori da altri territori. La ricerca di un lavoro stabile, regolarmente retribuito insieme al miraggio di condizioni di vita e lavoro più favorevoli hanno innescato il primo consistente fenomeno migratorio italiano da Sud verso Nord.
L’impatto su territori e comunità ha cambiato la loro stessa fisionomia. Da un lato, i territori del cosiddetto “triangolo industriale” (Torino, Milano, Genova) necessitavano dell’allargamento delle aree industriali per l’insediamento di nuove imprese legate all’indotto. Dall’altro lato, il richiamo di nuova forza lavoro creava uno squilibrio significativo nei territori di partenza. Le comunità delle regioni meridionali maggiormente interessate a questi spostamenti sono diventate, di fatto, fornitrici di manodopera per lo sviluppo industriale del Paese, ma contemporaneamente hanno subito un impoverimento economico e sociale che, in qualche misura, ha decretato il loro stallo e la loro marginalizzazione.
Nel modello neoclassico, il territorio e le comunità erano dunque fornitori di manodopera e/o di spazi per le imprese industriali, ma non fattori da remunerare. Solo dopo due secoli territori e comunità sono entrati nei modelli economici distrettuali che hanno affiancato il modello us usual. Anche con l’avvento di tecnologie più avanzate, questi ecosistemi manterranno intatta la loro rilevanza.
Foto: Radici © Emma Henderson / Copyleft
di Mariangela Franch
Docente di economia e management – Università di Trento
