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“Remigrazione”, o del ritorno di un’idea di esclusione

di Asmae Dachan

di Asmae Dachan. Giornalista e scrittrice.

Il termine “remigrazione” è tornato a occupare il dibattito pubblico europeo con una rapidità che sorprende e inquieta. Presentato come un concetto tecnico, neutro, quasi amministrativo, il termine viene utilizzato da chi si nasconde dietro una presunta “lotta alla clandestinità”, chi, invece, senza filtri, pone l’accento sulla “reale integrazione” quale requisito per evitare l’espulsione di persone che vivono e lavorano regolarmente in Italia. Ma come si definisce una “reale integrazione”? Chi definisce i criteri? Come avverranno i “processi alle intenzioni” e ai sentimenti?

Il concetto di remigrazione in realtà nasconde una distorsione politica profonda, l’idea che la mobilità umana possa essere regolata non solo attraverso confini e permessi, ma anche con un ritorno forzato verso un altrove definito come “origine”, un ritorno forzato deciso in base a criteri privi di trasparenza e dalla dubbia legalità. È un termine che si ammanta di razionalità, ma che nella sua sostanza rischia di diventare un dispositivo di esclusione, un modo apparentemente elegante e “a fin di bene”, per riproporre gerarchie razziali, culturali e anche classiste, che la storia europea non ha mai davvero smantellato.

Si parla di “amor di Patria” e di difesa della stessa, additando gli immigrati, gli irregolari, i “clandestini” – ancor più se poveri – come causa di ogni male per giustificare una battaglia che è soprattutto ideologica. Si fa leva sulla paura, la rabbia, i sentimenti più bassi, per ottenere consenso e potere. La remigrazione non è una politica migratoria, è un’ideologia, una “battaglia ad esclusione”, una narrazione che costruisce l’idea di un “noi” minacciato da un “loro” la cui stessa presenza è descritta come minacciosa. È qui che si annida il pericolo più grande: la trasformazione del razzismo in un linguaggio di gestione, di ordine e di risposta a tutti i problemi della Paese – dall’insicurezza alla disoccupazione, fino all’emergenza abitativa – senza tralasciare il nuovo neologismo in voga tra i detrattori della diversità: “islamizzazione”. Non serve più esplicitare il proprio odio e la propria intolleranza; si vuole mettere a sistema una sorta di selezione amministrativa attraverso una categorizzazione burocratica. Non si parla di lotta alla criminalità, ma si ufficializza un concetto di “lotta al diverso” in quanto intrinsecamente criminale, “incompatibile”.

In questo quadro, parlare di remigrazione significa interrogarsi su quale idea di identità e di cittadinanza vogliamo difendere. Significa chiedersi se l’Europa vuole essere un continente che custodisce la memoria delle proprie ferite, coloniali, razziali e sociali o un continente che le ripete sotto nuove forme.

Oggi anche società nate dalle migrazioni, dalle contaminazioni, dal diventare altro, sembrano dimenticare il proprio passato e si appropriano di un linguaggio razzista e classista che offende, in primis, la loro stessa genesi. Vale altrettanto per quei popoli che hanno sempre migrato e che continuano a migrare, come quello italiano, che adottano un atteggiamento intollerante e xenofobo che contrasta con la loro storia, dove il verbo “partire” continua a coniugarsi al presente. Siamo passati dal «via i clandestini» al «rimandiamoli tutti a casa loro», dal «si è italiani solo se si ha sangue italiano» al considerare pericolose, anzi, «più pericolose dei clandestini», le persone che hanno acquisito la cittadinanza. Ormai non si può più relegare questi discorsi a “rigurgiti razzisti” o a “discorsi da bar”: si sta riscrivendo la grammatica del dibattito pubblico, dell’etica, del vivere e convivere.

Immaginiamo, per un attimo, che il concetto di remigrazione fosse davvero applicato. Per i teorici di questa politica l’Italia e l’Europa diventerebbero posti più sicuri, senza la minaccia delle “invasioni”, delle “imposizioni culturali”, delle “sostituzioni etniche” e di ogni altra paura associata alla presenza dello “straniero”. Per i “diversi”, invece, significherebbe ritrovarsi, contro la propria volontà, in luoghi da cui si è fuggiti o nei quali non si è mai vissuti. Significherebbe essere trattati alla stregua di pacchi postali senza ricevuta di ritorno, oggetti privi di sentimenti, volontà, storia e intenzioni, spostati altrove per un “bene” che non può essere davvero tale. Non è uno scenario impossibile da immaginare: sono scene drammatiche già viste.

Foto: Direzioni © Julia a K / Copyleft

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