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Repubblica Ceca: dopo 30 anni, libera stampa in crisi

di Camillo Cantarano

di Camillo Cantarano. Giornalista freelance.

Il ritorno al potere di Andrej Babiš riaccende lo scontro sul futuro della libertà di stampa in Repubblica Ceca, tra pressioni sui media pubblici e proposte di legge in stile “orbaniano”. Tra resistenze civiche e fragilità istituzionali, Praga si conferma un banco di prova decisivo per le democrazie dell’Europa centrale.

«Ci sono istituzioni non trasparenti usate a vantaggio del precedente governo». Parole di Andrej Babiš, pronunciate durante la campagna elettorale che lo ha riportato al potere l’autunno del 2025. Il bersaglio? I media di Stato. Caduto Viktor Orbán in Ungheria, la Repubblica Ceca è diventata un laboratorio per l’estrema Destra in Europa centrale. E così Praga rischia di passare da esempio virtuoso a nuovo avamposto delle politiche mediatiche orbaniane in Ue.

L’OASI DELLA LIBERA INFORMAZIONE
All’indomani della caduta del Comunismo, la parola d’ordine per i cechi era uscire dalla pesante censura a cui i russi li avevano abituati. Per questo, il presidente Václav Havel, uno dei leader della Rivoluzione di velluto del 1989, investirà molto per creare un ecosistema mediale adatto al nuovo corso. Diventato premier nel 1993, il suo nome è legato al trasferimento di Radio Free Europe (Rfe) da Monaco di Baviera a Praga nel 1995. Rfe che era sicuramente un mezzo d’influenza americana durante la Guerra fredda, ma anche l’unica fonte di informazione non allineata al di là della cortina di ferro per migliaia di dissidenti. Ma non è tutto: Havel fu anche il promotore di una legge per togliere il monopolio statale sui media nel 1991, per permettere la nascita di canali indipendenti; combatté contro la censura di Stato, al punto di farla vietare in Costituzione. Quando Havel si ritira nel 2003, un anno prima di entrare nell’Unione europea, la Repubblica Ceca è uno degli Stati con maggiore libertà di stampa dell’Europa centrale.

VENTI DI TEMPESTA
È ironico pensare che per Praga e i suoi vicini la situazione si inizi a guastare proprio dopo l’ingresso nell’Unione. Nel 2006 prende brevemente il potere in Polonia la Destra del partito Diritto e giustizia, antipasto di otto anni (2015-2023) di censura furiosa dalle parti di Varsavia. Nello stesso anno tocca a Robert Fico in Slovacchia, che diventerà lo spauracchio per i giornalisti indipendenti di Praga. Nel 2010 torna al potere in Ungheria Viktor Orbán, un altro che di censura se ne intende. Sono gli “anni ruggenti” del Blocco di Visegrad, l’alleanza di governi illiberali in Europa centrale.

La Cechia fa la sua parte eleggendo nel 2017 Andrej Babiš, imprenditore nel campo dei fertilizzanti convertitosi in tycoon dei media.«Il primo mandato di Babiš è stato per molti versi molto più negativo di quello attuale», ci dice Pavol Szalai, direttore di Reporter Sans Frontières in Repubblica Ceca. «Lo era perché all’epoca Babiš era un editore. In quel periodo, ha usato la sua influenza per comprare una grande casa editrice, Mafra, costringendo poi alcuni dei migliori ad andarsene». Quando chiediamo che tipo di politico sia Babiš, Jeremy Druker, direttore del Transition Institute di Praga ed editore dell’omonimo magazine di reportage, dice: «Non mi ricordo la prima volta che l’ho sentito nominare, ma solo che è sempre stato un uomo ricchissimo, originario della Slovacchia, peraltro. Ed è stato un outsider, avverso alla politica classica, che è emerso promettendo di “fare le cose differentemente”», dice. «Ma come Trump e Berlusconi, Babiš non ha un’ideologia precisa, vuole fare i suoi interessi».

CADUTA E RESURREZIONE
Come tanti suoi colleghi di estrema Destra, anche Babiš ha il suo “purgatorio” lontano dal potere: nel 2021, dopo quattro anni al governo e dopo che il suo nome finisce nello scandalo Pandora Papers – che ha svelato un vasto sistema di elusione ed evasione fiscale attraverso l’uso di società offshore coinvolgendo 117 Paesi e circa 29mila persone tra cui 35 leader mondiali –, il suo partito, di area populista, Azione dei cittadini insoddisfatti (il cui acronimo – Ano – significa “sì” in ceco) perde le elezioni contro una coalizione di Destra guidata da Petr Fiala. Babiš ha già 67 anni. Quattro anni lontano dal potere ridimensionano il suo impero mediatico, costringendolo a disfarsi anche di Mafra. Nello stesso periodo, la Repubblica Ceca risale rapidamente nella classifica della libertà di stampa, passando dal 40° posto del 2021 al 10° del 2025. In quell’anno, anche sulla Repubblica Ceca si abbatte il ciclone Donald Trump.

A Praga ha le fattezze di Elon Musk e del suo Doge, il Dipartimento per l’Efficienza governativa. Con un tweet, Musk annuncia che gli Stati Uniti «faranno il possibile per spegnere Radio Free Europe » poiché accusata – insieme ad altre – di essere diventate megafoni della “Sinistra radicale” e di promuovere un’agenda politica interna. Non è una sorpresa che i primi a congratularsi con lui siano Vladimir Putin e Aljaksandr Lukašenko, e che nell’ultimo anno Rfa abbia dovuto chiudere filiali in Ungheria, Romania e Bulgaria. I quattro anni servono anche a Babiš per riorganizzarsi, come Orbán, Netanyahu e Trump prima di lui. Il 4 ottobre 2025, rivince le elezioni a 71 anni, con una piattaforma populista che parla alla popolazione rurale e anziana del suo elettorato. Ergendosi a paladino di pensioni e spesa sociale, Babiš torna al potere.

CHI BEN COMINCIA…
E che la musica non sia cambiata, Babiš lo fa capire subito: «In una conferenza stampa dopo la vittoria delle elezioni, ha attaccato la giornalista d’inchiesta Pavla Holcová, la cronista che aveva scritto di lui e dei Pandora Papers nel 2021», aggiunge Szalai. Holcová è il Ceo dell’Ong per il giornalismo investigativo Investigace.cz. Babiš ha accusato l’intera associazione di essere un organismo politico. Szalai, al telefono, ci passa in rassegna i principali obiettivi dei suoi attacchi: quasi sempre sono case editrici accusate di faziosità. Quello che è cambiato intorno a Babiš è l’atmosfera politica. «Nel suo primo governo, lui si era circondato di partiti moderati. Stavolta, però, i veri vincitori sono i partiti di Destra estrema, ostile alla stampa libera», dice Szalai. «Non attaccano i media indipendenti, ma i media in generale. L’anno scorso Filip Turik, alleato di governo di Babiš, ha preso di mira diverse giornaliste che avevano investigato sul suo passato da neo-nazista ». Il risultato? Una tempesta di odio online. Oltre a questo, Babiš minaccia di approvare una legge “contro gli agenti stranieri”, su modello orban-putiniano. Una mossa che metterebbe a rischio anche Transition, il media che Druker ha costruito in decenni a Praga. La legge creerebbe un registro dei “donatori stranieri” e dei dipendenti dei media che prendono fondi esteri. Druker e i suoi colleghi temono sia una schedatura per chi lavora per i media indipendenti.

L’ATTACCO AI MEDIA PUBBLICI
Adesso, nel mirino di Babiš e della sua coalizione c’è il lascito più duraturo di Havel: il sistema dei media pubblici, la più autorevole fonte di informazione per i cechi. «La fondazione Reuters, da diversi anni, dice che la nostra radio è il mezzo di cui i cechi si fidano di più. Qualche posizione sotto c’è la TV, che mantiene alti standard d’indipendenza », dice Jan Kaliba, il primo reporter ambientale della radio di Stato a Praga. Per questo, ha fatto rumore la richiesta di Libertà e democrazia diretta (Spd), uno dei partiti di estrema Destra che fa parte della coalizione di governo, di abolire il canone per sostituirlo con un finanziamento statale più diretto, per evitare «una copertura faziosa delle nostre vicende». Una mossa apparentemente secondaria, che in realtà ha dei risvolti politici non da poco. «Non è la prima volta che Babiš attacca i media, accusandoli di avere pregiudizi contro di lui», dice Szalai. La differenza sarebbe che stavolta un partito del Parlamento si muoverebbe per indebolire il sistema messo in piedi da Havel negli anni Novanta.

«Il nostro canone è stato aumentato nel 2025, arrivando a poco più di 2€ al mese per nucleo familiare. Adesso c’è una gran fretta di approvare la riforma. Si capisce che il problema non siamo noi, ma il giornalismo indipendente», dice Kaliba. «In Parlamento si parla anche di taglio del canone. Non crediamo di essere perfetti, ma rifiutiamo con forza questi provvedimenti, che indebolirebbero il nostro sistema mediale».

«La proposta di Babiš segue lo schema dell’Ungheria di Orbán: indebolire i media che possono indagare il potere», dice Vittoria Torsello, reporter e fotografa italiana che vive e lavora a Praga. «Abolire il canone e sostituirlo con finanziamenti statali metterebbe a rischio la loro indipendenza, mettendoli sotto il controllo politico. Esattamente dove Azione dei cittadini insoddisfatti vorrebbe che fossero».

VENTO DI RESISTENZA?
Ma la Repubblica Ceca non è (ancora) l’Ungheria. A febbraio, quando la discussione sulla nuova legge è stata calendarizzata in Parlamento, Kaliba e i suoi colleghi si sono mossi per protestare. «La sfida più grossa era lottare per difendere il nostro modo indipendente di fare giornalismo senza prendere la parte di un partito o di un altro. Quindi, abbiamo creato dei comitati che includono impiegati ed esterni per prepararci alla lotta», dice. Quello che forse Kaliba e i suoi colleghi non si aspettavano è stata l’enorme solidarietà ricevuta dalla popolazione. «Il 5 maggio scorso c’è stata un’enorme protesta. Migliaia di persone hanno marciato con noi per difendere la radio ceca. Chi protesta ci ha paragonati agli speaker della radio del 1945 e del 1968, che avevano chiamato all’insurrezione contro nazisti e sovietici». Un paragone che Kaliba rifiuta, ma che lo riempie di orgoglio. «Fra i nostri supporter c’erano molte persone che non si riconoscono in Azione dei cittadini insoddisfatti, ma anche gli elettori di Babiš. La sfida sarà convincerli che i prodotti che ascoltano ogni giorno sono a rischio».

Idea condivisa anche da Szalai: «Ci sono alcune criticità nel sistema dei media cechi, per esempio la pubblicità statale, che rappresenta una fonte di entrate fondamentale per alcuni media privati. Ma la differenza con l’Ungheria è che il mercato è molto frammentato. Così diventa più difficile concentrare i media nelle mani di un gruppo di editori politicamente allineati, come è stato fatto negli Usa di Trump o a Budapest. Inoltre, l’economia è stabile», dice. Anche se sottolinea come le vulnerabilità ci siano: «Alcuni media sono nelle mani di veri e propri oligarchi e manca trasparenza sui media». Anche Druker, che pure ha dovuto aprire una raccolta fondi per tenere in piedi Transition, è positivo: «Prima del blocco di Usaid, i finanziamenti diretti verso la Cechia non erano altissimi, quindi non ha provocato una crisi di sistema. Inoltre, Babiš non governa da solo e non ha la maggioranza che aveva Orbán. Quindi ha le mani più legate rispetto ai suoi predecessori».

Anche Torsello, malgrado le preoccupazioni, è moderatamente ottimista: «C’è una deriva ungherese senz’altro, nel momento in cui si decide di non rispettare le leggi fondamentali e di governare in uno stato d’eccezionalità. Il ritorno di Babiš è quindi sia un segno di continuità che di cambiamento nel sistema illiberale dell’Europa centrale», dice. «Tuttavia, malgrado sia un test che può mettere a dura prova la resilienza delle istituzioni ceche e la pazienza di Bruxelles, i vincoli strutturali e politici interni probabilmente impediranno una svolta ungherese completa». Ma guai a dare per scontata questa resilienza: resta l’esempio degli Stati Uniti, scivolati dal 2010 a oggi dal 20° al 64° posto del ranking Rsf per la libertà di stampa.

APPROFONDIMENTO: SENZA SINISTRA

Tra le ragioni per cui la Sinistra è oggi quasi inesistente in Repubblica Ceca c’è il forte anticomunismo di una parte consistente della popolazione, ancora segnata dai quarant’anni di dominio sovietico. Un clima che ha prodotto uno scenario familiare a chi ha osservato l’evoluzione politica dell’Ungheria: una competizione quasi esclusivamente interna alla Destra. Da una parte c’è Azione dei cittadini insoddisfatti (Ano, che in ceco significa “sì”), il partito di Andrej Babiš, in passato definito prima il “Berlusconi ceco” e poi il “Trump ceco”. Dall’altra l’opposizione guidata da Petr Fiala, esponente del Partito democratico civico (Ods) e membro del gruppo dei Conservatori e riformisti europei (Ecr) al Parlamento europeo, insieme a Fratelli d’Italia e al partito polacco Diritto e giustizia. Nella coalizione di Babiš figurano anche i nazionalisti di Motoristé sobě (“Motoristi per se stessi”), fondati dall’ex presidente Petr Macinka e caratterizzati da posizioni antiambientaliste e anti-woke, attestati intorno al 7%, oltre a Spd, altra formazione di estrema Destra, al 9,6%. Il principale partito di opposizione fuori dai tradizionali schieramenti conservatori resta invece il Partito pirata ceco, nato nell’area del software libero, accreditato intorno al 15,6%. Nel complesso, Destra ed estrema Destra sfiorano il 70% dei consensi nel Paese, mentre forze riconducibili a una Sinistra progressista sono sostanzialmente assenti dalla scena politica.

Foto. Press © Bank Phrom via Unsplash

Immagine di Camillo Cantarano

Camillo Cantarano

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