di Fulvio Ferrario. Professore di Teologia sistematica presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma.
Le elezioni regionali in Sassonia- Anhalt e in Meclemburgo- Pomerania Anteriore riaprono la questione del rapporto tra appartenenza ecclesiale, orientamenti politici e capacità delle Chiese di incidere nella società.
“Quanto” dissenso, su questioni etiche e politiche, è accettabile all’interno di una Chiesa, senza che venga compromessa la comunione?
La questione si è posta nuovamente e in forma esplosiva in occasione delle elezioni regionali di settembre in Sassonia-Anhalt e di Meclemburgo- Pomerania Anteriore. Le Chiese cattolica ed evangelica, che peraltro rappresentano, insieme, solo il 13% della popolazione (all’incirca il 3% la prima e il 10% la seconda) si sono espresse con grande chiarezza sull’incompatibilità tra i lineamenti fondamentali di un’etica improntata all’evangelo e il programma di Alternative für Deutschland (AfD); ciò però non ha impedito al 33% di protestanti e al 32% di cattolici e cattoliche di votare per l’estrema Destra.
Il dato non deve sorprendere. Anche per le 330mila persone circa che, in quel Land, appartengono ancora a una Chiesa storica, tale affiliazione svolge raramente un ruolo centrale nella vita: meno di 15mila di costoro frequentano la comunità in modo regolare. Il punto di vista ufficiale delle direzioni ecclesiastiche, dunque, nemmeno raggiunge la maggioranza dei membri di Chiesa, figuriamoci se può ambire a orientarla. Il risultato è che le cristiane e i cristiani pensano e decidono in base a criteri diversi rispetto a quelli che le rispettive comunità di fede intendono proporre. Nel resto d’Europa cambiano i numeri, ma la struttura della questione è sostanzialmente analoga e, naturalmente, non vale solo per l’atteggiamento nei confronti della Destra radicale, ma per parecchie altre questioni eticamente rilevanti.
Per la Chiesa romana, si tratta di un fenomeno relativamente nuovo, per lo meno in questa forma e in questa misura: in Paesi come l’Italia, la Conferenza episcopale e lo stesso papa fornivano regolarmente esplicite indicazioni di voto; per contro, il sostegno al Partito comunista, addirittura, implicava una scomunica latae sententiae. La tradizione protestante è molto meno rigida. Anche per essa, tuttavia, si pone il problema dal quale siamo partiti. Esistono casi nei quali le scelte politiche investono direttamente la comprensione dell’essere umano, dei rapporti sociali, dei diritti umani. A volte le Chiese stesse non sono d’accordo tra loro sull’identificazione di questi casi (la Chiesa romana e quella evangelica, ad esempio, hanno opinioni diverse sulle questioni dell’inizio e della fine della vita fisica); altre volte, come sulle problematiche migratorie, si esprimono spesso insieme, ma alla base sono trasversalmente divise.
La prima cosa da dire è che, quando il problema è vistoso, è già troppo tardi per affrontarlo efficacemente. Adottare un linguaggio aggressivo, che moltiplica gli aggettivi e alza il volume, credendo con ciò di essere “radicali”, risulta, oltre che frivolo, del tutto inefficace, appunto perché la Chiesa e il suo messaggio sono marginali nella vita della società e delle singole persone. Ripetiamo: persino per i propri membri. In secondo luogo, affrontare la questione in termini “non negoziabili” (o di qui, con Cristo e nella Chiesa, o di là, con un “altro” Evangelo, che richiede l’anatema, Gal. 1,8s.; era la posizione cattolica sul Pci) rappresenta un’opzione estrema. Può essere necessaria, in casi drammatici, per non tradire Gesù, ma segna la fine di ogni tentativo di dialogo e, su temi etico-politici, è molto esposta al rischio di abuso. Parlare in termini ultimativi in nome di Cristo richiede lacrime, penitenza, preghiera e saggezza: non proprio la moneta corrente nel nostro Cristianesimo europeo.
La vera domanda che si pone alle Chiese è allora la seguente: come organizzare predicazione e catechesi in modo da raggiungere e aiutare nella riflessione la minoranza che ancora le frequenta, affinché essa possa costituire un piccolo segno nella società? Si tratta di un lavoro di lungo periodo, che però bisognerà pur cominciare, anziché perdere tempo con ridicole questioni di organizzazione interna e dividerci sulle questioni del potere nella Chiesa. L’irrilevanza delle Chiese va vissuta come un giudizio (forse della storia, forse di Dio) su di loro. Fa male, specie se nella Chiesa si è investita un’esistenza. D’altra parte, l’annuncio del Regno, da parte di Gesù, è accompagnato da un imperativo: convertitevi.
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Fulvio Ferrario
Professore di Teologia sistematica presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma
