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Democrazie al voto: opportunità e rischi

di Raul Caruso

di Raul Caruso. Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation (CESPIC) di Tirana.

In una fase segnata da guerre e tensioni internazionali, le imminenti elezioni in Israele e negli Stati Uniti possono mettere alla prova leadership politiche finora considerate solide.

Non vi sono molte occasioni per essere ottimisti in questa fase storica. Le principali guerre in corso non sembrano arrivare a una conclusione: il conflitto tra Iran e Stati Uniti non si ferma, anzi si espande nella regione; la guerra tra Russia e Ucraina è in uno stallo militare evidente, ma nessuna delle parti sembra voler trovare un accordo. Se poi, invece di guardare ai conflitti in corso, guardiamo alle previsioni per il futuro, gli allarmi sulle evoluzioni dell’Ia sono ormai quotidiani. Non sembra, pertanto, che vi siano segnali incoraggianti. In realtà, se dei segnali esistono, essi vengono dalla democrazia.

Nel giro di poche settimane ci aspettano due elezioni cruciali: il 27 ottobre in Israele e, il 3 novembre, le elezioni di midterm negli Stati Uniti. In Israele gli elettori hanno la possibilità di sostituire il governo attuale, ormai criticato su molti fronti per la gestione della guerra a Gaza; negli Stati Uniti le elezioni di metà mandato saranno in pratica un referendum sul presidente Donald Trump, che ha fatto della guerra uno dei capisaldi della propria politica estera. In sintesi, in queste elezioni due leader che fino a pochi mesi fa sembravano intoccabili possono essere sostituiti dagli elettori, e la guerra e le sue conseguenze saranno i temi al centro della scelta.

Molti osservatori affermano spesso, con un po’ di leggerezza, che le guerre “fanno” gli Stati, richiamando implicitamente il ruolo storico che gli storici attribuiscono alla Guerra dei Trent’anni e alla successiva Pace di Vestfalia. In realtà le guerre mettono a dura prova le leadership politiche e l’esistenza stessa degli Stati. Le leadership, in particolare, non sono immuni alle conseguenze dei conflitti. Se pensiamo a quanto anche le più forti leadership politiche possano “soffrire” le guerre, l’esempio più noto è forse quello di Winston Churchill e del Partito conservatore, sconfitti nelle elezioni del 1945 nonostante la vittoria nella Seconda guerra mondiale.

I temi della pace e della guerra, a dispetto delle semplificazioni che i leader politici provano quotidianamente a suggerire ai cittadini, sono argomenti su cui ognuno di noi ha idee complesse e articolate. A volte queste nascono da esperienze familiari se non personali, a volte derivano da studi e riflessioni, altre volte ancora da meccanismi identitari e di appartenenza a gruppi sociali. In ogni caso, prevedere i risultati elettorali è estremamente difficile. In questa fase, ammesso che i sondaggi siano reali predittori dei risultati alle urne, le leadership di Trump e Netanyahu sembrano a serio rischio, e con esse dovrebbe ridimensionarsi anche l’approccio alla guerra come esaltazione della potenza militare e tecnologica.

In realtà, la cosiddetta volontà popolare è mediata dalle leggi elettorali e di rappresentanza. Non sempre un sentimento apparentemente condiviso si traduce in governabilità. Anzi, i leader in carica, per assicurarsi la rielezione, spesso provano a modificare le leggi elettorali proprio alla vigilia del voto. Questo è sicuramente un problema di molte democrazie. Come è possibile consentire al governo in carica di cambiare le regole elettorali pochi mesi prima di una competizione? Se ciò è criticabile in condizioni normali, lo è ancora di più quando un Paese si trova in guerra. Che Donald Trump abbia voluto ridisegnare i collegi elettorali per assicurare più seggi al proprio partito a pochi mesi dalle consultazioni è oggettivamente molto rischioso. Una democrazia dovrebbe impedire tali comportamenti con norme di prevenzione che “leghino le mani” ai leader, evitando manipolazioni.

In ultimo: se le elezioni rappresentano ancora il modo attraverso il quale i cittadini possono far sentire la propria voce sui temi cruciali della pace e della guerra, esse non sono sempre garanzia di rappresentanza, nel momento in cui lasciano la strada aperta alle manipolazioni da parte dei leader. Fermare lo “spirito” di guerra che sembra ormai informare la volontà di gran parte dei leader politici è possibile, ma per farlo è cruciale irrobustire le democrazie.

Foto: Globe © Juliana Kozoski /Copyleft

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Raul Caruso

Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation (CESPIC) di Tirana.

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