di Enzo Nucci. Giornalista. Già corrispondente della Rai per l’Africa subsahariana.
Il fallito golpe in Niger mette in luce la fragilità degli equilibri nel Sahel e la debolezza dell’Alleanza degli Stati del Sahel (Aes), sempre più legata a Russia e Algeria. In questo scenario resta controverso anche il ruolo dell’Italia, presente nel Paese con una missione militare.
Il fallito colpo di Stato in Niger dello scorso 29 agosto è la cartina di tornasole dei delicatissimi e instabili equilibri nella regione del Sahel, dove anche l’Italia recita una defilata parte in commedia. I primi scontri tra soldati ribelli e forze leali al regime militare del generale Abdourahamane Tchiani sono avvenuti alla periferia di Niamey, la capitale.
I rivoltosi sono stati sconfitti dopo meno di 12 ore grazie al determinante intervento dei paramilitari russi degli Africa Corps che hanno usato droni kamikaze. Con questa vittoria Mosca rilancia la sua immagine di custode e garante militare dell’Alleanza degli Stati del Sahel (Aes, che riunisce Mali, Niger e Burkina Faso) dopo la pesantissima sconfitta incassata il 25 aprile nel Nord del Mali quando gruppi islamisti armati ripresero il controllo della strategica città di Kidal, costringendo i russi ad abbandonare ignominiosamente il campo senza neanche combattere.
A dare manforte al traballante generale Tchiani si è aggiunta anche l’Algeria che ha inviato alcuni caccia per debellare eventuali sacche di resistenza. Una totale inversione di marcia del governo di Algeri che il 26 luglio 2023 condannò il golpe della guardia presidenziale del generale Tchiani contro il presidente eletto Mohamed Bazoum.
Oggi l’Algeria deve contrastare l’attivismo del Marocco (suo competitor storico) nella regione del Sahel ma è anche impensierita dai 900 chilometri di fragile e porosa frontiera condivisa con il Niger, dove è in programma la costruzione del gasdotto trans-sahariano che collegherà la Nigeria all’Algeria attraverso i 4mila chilometri del Niger. Una faraonica infrastruttura energetica tra le più importanti al mondo (destinata a portare ingenti quantità di gas anche in Europa) che il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune vuole realizzare in un quadro di stabilità politica che non ammette defezioni: da qui l’avvio di partnership militari con Niamey.
Tebboune teme che l’eventuale caduta del regime di Tchiani possa creare un vuoto politico e militare che facilmente sarebbe occupato dai gruppi islamisti connessi all’Isis o al-Qaeda con conseguenze facilmente immaginabili: ondate di rifugiati e crisi umanitarie da fronteggiare ai confini mentre dietro l’angolo fa sempre capolino il ritorno dell’influenza francese nell’area. Un cambio strategico necessario per l’Algeria che punta a continuare a cooperare con la Russia, collaborare con la Cina per le infrastrutture, mantenere relazioni con Europa e Stati Uniti grazie all’influenza nel settore del gas.
Il fallito golpe ha evidenziato inoltre la profonda debolezza militare dell’Aes che ha dato vita a una comune forza armata multinazionale, ufficialmente composta da 5mila uomini pronti a intervenire (ma solo sulla carta come dimostrato anche in occasioni precedenti) contro i terroristi jihadisti e in caso di attacco contro una delle tre nazioni aderenti. Questo esercito comune vive solo nei discorsi ufficiali delle tre giunte militari al potere.
La minaccia islamista continua a tenere sotto scacco Burkina Faso, Niger e Mali. I golpisti che hanno assunto il potere sotto l’egida russa hanno avuto facile gioco presso le rispettive opinioni pubbliche nell’accusare i precedenti governi (e le truppe francesi sul campo) di non aver contrastato efficacemente il terrorismo. Oggi la situazione non è cambiata rispetto al passato: i jihadisti tengono sotto pressione le città. Le promesse di cambiamenti strutturali fatte dai giovani militari in Burkina Faso e Mali hanno trovato timidi consensi tra i ragazzi, ma quelle di Tchiani (un vecchio militare) suonano più come il tentativo di difendere la sua posizione e quella dell’élite che lo circonda.
In Niger, dopo il golpe del 2023, sono rimasti 400 militari italiani con il compito di addestrare le forze locali nella lotta contro i jihadisti: è l’unica forza occidentale presente che opera al di fuori di ogni contesto Onu o Ue. La missione fu avviata con il recondito obiettivo di fermare i flussi dei migranti di passaggio in Niger e diretti in Italia, ancora all’epoca del presidente eletto Bazoum. Oggi gli italiani invece addestrano forze locali guidate da una giunta non democratica al servizio di Mosca mentre a livello internazionale Roma è schierata al fianco dell’Ucraina contro la Russia. Un guazzabuglio, un altro, l’ennesimo da sciogliere.
Foto: Sahel © Adam Jones, Ph.D., CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons
Enzo Nucci
Giornalista. Già corrispondente della Rai per l’Africa subsahariana.
