di Roberto Bertoni Bernardi. Giornalista e scrittore
La Guerra civile spagnola fu il laboratorio europeo in cui si confrontarono fascismo, antifascismo e democrazia, anticipando la frattura che avrebbe attraversato l’Europa nella Seconda guerra mondiale.
17 luglio 1936, un giorno che la Spagna non dimenticherà mai. Fu allora, infatti, che un generale di stanza nel Marocco spagnolo, di nome Francisco Franco, insieme a Emilio Mola e altri comandanti militari, fiutata l’aria che si respirava in tutta Europa, decise di rovesciare il governo di Sinistra del Frente Popular, giunto al potere in seguito alle elezioni di febbraio, e prenderne il posto. Fu allora che ebbe inizio la Guerra civil, una barbarie durata fino al 1° aprile 1939 e caratterizzata da orrori d’ogni sorta. E fu allora che si sarebbe dovuto capire, e purtroppo in pochi ebbero la lungimiranza di comprenderlo, che quel conflitto fosse solo il preludio di una mattanza ben più grande.
L’Alzamiento franchista, la costituzione della Falange Española, i bombardamenti su Guernica (26 aprile 1937) e su Barcellona (16-18 marzo 1938), la prima sconfitta del Fascismo internazionale a Guadalajara ma, soprattutto, il delinearsi dei due fronti che si sarebbero scontrati, di lì a qualche anno, sui campi di battaglia della Seconda guerra mondiale: questo è ciò che accadde, con il Nazifascismo da una parte e il versante democratico dall’altra.
Compiendo un’analisi storica accurata, non c’è dubbio che la vittoria del franchismo in Spagna, al pari dell’ascesa dell’Estado Novo di Salazar in Portogallo, abbia influito sulle decisioni di Mussolini e, più che mai, di Hitler. Per quanto Ciano, ministro degli Esteri, non sopportasse l’omologo von Ribbentrop e la sua furia bellicista, difatti, non c’è dubbio che le Leggi razziali del ’38 siano state il primo passo verso la catastrofe compiuto da Mussolini e dal suo governo, convinti di poter imitare il Cavour che aveva inviato l’Armata cisalpina a combattere in Crimea contro i russi per stipulare un’alleanza con Francia e Inghilterra, in vista della Seconda guerra d’indipendenza contro l’Austria. Non ci permetteremmo mai di paragonare Mussolini a Cavour, ma non c’è dubbio che le sue decisioni abbiano avuto anche un tratto risorgimentale. Quanto ai nazisti, il contributo decisivo che diede la Legione Condor durante la mattanza di Guernica, poi immortalata da Pablo Picasso, accelerò la convinzione hitleriana di dover estendere il suo dominio sul Vecchio Continente attraverso l’unico linguaggio che concepisse: quello della violenza e della ferocia, della sottomissione e della conquista.
L’ANTICAMERA DELLA GUERRA MONDIALE
Non a caso, uno storico cattolico del calibro di Georges Bernanos scrisse un testo a metà fra il racconto e la profezia: I grandi cimiteri sotto la luna, un’opera che andrebbe riletta alla luce dei conflitti che stanno insanguinando oggi un’Europa senza pace e, ahinoi, senza diplomazia. Non a caso, George Orwell scrisse Omaggio alla Catalogna. Non a caso, Ernest Hemingway si lasciò travolgere da una figura eroica come quella di Dolores Ibárruri, pasionaria repubblicana il cui grido era «¡No pasarán!», per dar vita al personaggio memorabile di Pilar.
Poche guerre hanno ispirato saggi, romanzi, canzoni e film come la carneficina che ebbe luogo in Spagna fra il ’36 e il ’39. Più ancora della Seconda guerra mondiale, infatti, quel conflitto ha rappresentato uno spartiacque generazionale. Prima, del resto, abbiamo citato la battaglia di Guadalajara; ebbene, uno dei protagonisti delle Brigate internazionali era Luigi Longo, partigiano durante la Resistenza e successore di Togliatti alla guida del Pci. E come dimenticare Vittorio Vidali, il Comandante Carlos del Quinto Regimiento, caratterizzato da un’esistenza estremamente avventurosa, ultimo compagno di Tina Modotti e, a sua volta, futuro deputato del Pci? Senza contare che fra i protagonisti della Guerra di Spagna non possiamo dimenticare Giuseppe Di Vittorio, già deputato del Pci e futuro segretario della Cgil, e Pietro Nenni, uno dei padri del Socialismo italiano, mentre al fianco delle truppe franchiste combatteva un futuro Giusto fra le Nazioni: Giorgio Perlasca, all’epoca fascista convinto, il quale, proprio in virtù del suo impegno in favore del “Generalissimo”, ottenne un riconoscimento che gli consentiva di rivolgersi alla Spagna in qualunque momento, e grazie a quel documento, firmato da Franco in persona, qualche anno dopo sarebbe riuscito nell’impresa di fingersi il console spagnolo a Budapest salvando 5mila ebrei ungheresi dalla deportazione e dalla morte.
Nessun conflitto, come detto, ha avuto la stessa importanza generazionale, nemmeno l’avventura mussoliniana in Abissinia: una spedizione disumana, una conquista di cartapesta, una delle tante prese in giro del Regime nei confronti degli italiani, una millanteria che farebbe sorridere se non si trattasse, come detto, di un dramma, un impero nato morto e destinato a dissolversi dopo appena cinque anni, un’esaltazione della hybris di Mussolini e dei suoi sodali e il compimento dell’amara previsione di Margherita Sarfatti, la quale, conoscendo bene Mussolini, era certa che avrebbe vinto e purtroppo si sarebbe montato la testa, con le conseguenze che ben conosciamo.
IL CROGIOLO DELL’ANTIFASCISMO
La Spagna, invece, fu altro. Fu una lotta di popolo, uno scontro di visioni del mondo, un incrocio di destini, un “crogiolo ardente”, per utilizzare un’espressione dossettiana riferita alla Seconda guerra mondiale, e, in particolare, il disvelamento dell’effettiva natura dei totalitarismi novecenteschi, con il loro portato di odio, crudeltà e omicidi. «¡Viva la muerte!», d’altronde, era il motto falangista: l’esaltazione della bella morte, poi ripresa dai combattenti di Salò, la sfida al destino, la noncuranza verso il male subito e arrecato, l’ardore bellico, il combattimento per il combattimento, l’esaltazione della gagliardia e della virilità e il trionfo di tutti gli insegnamenti propagandistici e disumani che caratterizzavano quell’epoca, come testimonia l’educazione fascista impartita in Italia fin dalla più tenera età.
Insomma, se l’Abissinia fu un esempio di colonialismo dissennato, come tutte le forme di colonialismo, e stupido, come il nostro fasullo e fuori tempo massimo, la Spagna fu il momento in cui gli oppositori del fascismo ritrovarono il coraggio di battersi. Basti pensare al discorso tenuto da Carlo Rosselli il 13 novembre 1936 dai microfoni di Radio Barcellona: «Oggi in Spagna, domani in Italia!», basti pensare alla già menzionata battaglia di Guadalajara, basti pensare alla fierezza di un popolo sconfitto ma non vinto. Non di una fazione, difatti, si trattava, ma di un popolo disposto a tutto pur di difendere la propria democrazia. Il falangismo era, al contrario, un movimento élitario, militaresco, ultra-conservatore, appoggiato dai settori più retrivi del cattolicesimo iberico ma tutt’altro che amato dalla gente comune. Prevalse perché utilizzò la forza bruta, perché venne aiutato dall’esterno, perché quelli erano i tempi ma risvegliò negli antifascisti di ogni latitudine la convinzione che non tutto fosse perduto.
Novant’anni dopo, se riflettiamo sulla frase emblematica di quel disastro, ci viene in mente ciò che si racconta disse Picasso all’ufficiale nazista che, durante l’occupazione tedesca di Parigi, vedendo Guernica (oggi esposta al museo Reina Sofía di Madrid), gli domandò se quel dipinto l’avesse realizzato lui: «No, l’avete fatto voi», rispose il massimo esponente del cubismo, consacrandosi all’eternità.
Foto: Murales Guernica © Daniel Capilla, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Roberto Bertoni Bernardi
Giornalista e scrittore
