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Territorio e comunità protagonisti dello sviluppo industriale

di Mariangela Franch

di Mariangela Franch. Docente di economia e management – Università di Trento

I distretti industriali hanno trasformato territorio e comunità in fattori decisivi dello sviluppo economico, superando il modello fondato esclusivamente sulla grande impresa.

Territorio e comunità, che nel modello neoclassico erano considerati principalmente luoghi di insediamento delle imprese industriali e bacini di manodopera destinati alle fabbriche, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento assumono un ruolo centrale all’interno di un nuovo modello di sviluppo. Nel Regno Unito, dove avevano avuto origine sia l’industrializzazione sia il modello economico neoclassico, prese forma il modello distrettuale.

Fu l’economista inglese Alfred Marshall che, nei suoi contributi, Principles of Economics del 1890 e Industry and Trade del 1919, formalizzò il concetto di distretto industriale. Studiando alcune aree industriali inglesi caratterizzate dalla presenza di numerose piccole imprese specializzate nello stesso settore, Marshall osservò come queste, a differenza delle grandi imprese che fino ad allora avevano dominato il mercato, riuscissero a competere con successo e a ottenere risultati economici positivi. Alla base del loro successo vi erano la prossimità geografica e la volontà di condividere conoscenze e competenze, grazie a rapporti fondati sulla fiducia e sulla convenienza reciproca. Nel distretto, l’obiettivo della massimizzazione del reddito nel breve periodo, tipico dell’impresa fordista, lasciava spazio alla ricerca della continuità reddituale nel medio-lungo periodo, alla crescita del capitale sociale e allo sviluppo di processi di innovazione endogena, condivisa tra le imprese.

Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta del Novecento, anche in Italia i distretti industriali conobbero un’ampia e significativa diffusione. In alcune aree del Veneto, dell’Emilia-Romagna, della Lombardia, della Toscana, delle Marche e dell’Umbria, la presenza di piccole imprese artigianali specializzate nei settori tessile, ceramico e della lavorazione del legno creò le condizioni per la loro evoluzione in piccole e medie imprese. Accanto alle grandi imprese, concentrate soprattutto nel cosiddetto “triangolo industriale” (Milano-Torino-Genova), iniziò così a consolidarsi un modello di sviluppo economico e territoriale fondato su presupposti e fattori profondamente diversi.

Un contributo teorico fondamentale fu quello di Giacomo Becattini, che descrisse il distretto come una «comunità di persone e una popolazione di imprese strettamente integrata nel territorio». Il successo dei distretti derivava proprio dalle caratteristiche delle comunità locali, capaci di trasferire nel nuovo modello di sviluppo fattori che il modello fordista tendeva a trascurare, quali la fiducia reciproca tra imprenditori, l’identità territoriale, la trasmissione delle competenze artigianali, nonché la collaborazione tra imprese, istituzioni e lavoratori.

Per quasi trent’anni i distretti svolsero un ruolo da protagonisti nello sviluppo economico del Paese, al punto che il sociologo Arnaldo Bagnasco li identificò come la “Terza Italia”. Nelle regioni del Centro e del Nord-Est si sviluppò infatti un sistema economico differente sia da quello della grande industria del Nord-Ovest, definito “Prima Italia”, sia da quello del Mezzogiorno, identificato come “Seconda Italia”. Tra gli anni Ottanta e Novanta, i distretti divennero uno dei principali punti di forza dell’economia italiana, specializzando ulteriormente le produzioni originarie e distinguendosi per l’elevata qualità e per il forte contenuto di design.

Tra gli esempi di successo riconosciuti a livello internazionale si possono citare il distretto dell’abbigliamento e delle calzature (Prato, Carpi, Biella, Montebelluna, Fermo e Macerata), quello dell’arredamento (Brianza, Livenza e Manzano), quello della ceramica (Sassuolo), quello dell’oreficeria (Arezzo e Vicenza) e quello agroalimentare (Langhe, Parma e San Daniele). Si può quindi affermare che i distretti industriali italiani abbiano rappresentato un modello economico alternativo a quello fondato sulla grande impresa e che, al pari di quest’ultima, abbiano contribuito ad accrescere la competitività internazionale del Paese.

I distretti hanno inoltre evidenziato come una comunità di persone e imprese, fortemente radicata in un determinato territorio, possa operare secondo una logica al tempo stesso competitiva e collaborativa, fondata sulla specializzazione e sulla condivisione delle conoscenze, confermando la solidità e la rilevanza del modello distrettuale.

Foto: Langhe © Luis Van Den Bos /Copyleft

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Mariangela Franch

Docente di economia e management – Università di Trento

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