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Home Beyond the wall: riflessioni sulla pratica della nonviolenza

Beyond the wall: riflessioni sulla pratica della nonviolenza

di Claudia Russo

 

Come una guerra dentro.

Nell’etimo indoeuropeo di violenza, “wir”, c’è qualcosa che si lega alla forza.

E la forza è desiderabile e desiderata. Seducente è l’idea, affascinante perseguirla.

Praticare la non violenza è allenarsi per la maratona più lunga, per la corsa più difficile.

Betlemme dove Gesù nasce, il muro passa, e noi stiamo.

Una cosa più di tutte ho visto nei territori palestinesi: la vita deve continuare oltre i vetri e i corpi rotti. E c’è un accanimento in questo dovere. L’ho respirato.

La non violenza è l’unica via, dicono i rappresentati delle organizzazioni che abbiamo incontrato: vitale Holy Land Trust col suo Bet Lahem Live Festival, .The parents circle vibrante di emozioni, la scuola Hagar a Beersheba coi piccoli passi da bambino.

Ascolto. E dentro di me risuona la storia di una giovane donna italiana che ha sempre vissuto in pace eppure piange. Piango, dentro, lo strazio di ogni lite, della voce troppo alta, delle parole usate come armi. A Hebron le armi sono più delle parole. Le parole non si capiscono.

E piango anche fuori, allora.

Il conflitto è tutto intorno, e riempie veloce gli spazi fisici ed emotivi della casa dove siamo ospiti, a Beit Sahour, a est di Betlemme. I quattro figli di Abeer Fadi studiano le lingue e parlano il futuro con la voce seria di chi conosce il confine e la voglia di attraversarlo.

La madre spesso ha gli occhi lucidi.

Quanto amore ci vuole per resistere alla tentazione dell’odio?

Quanta e quante vite da contrapporre alla tensione?

Un ragazzo incontrato durante il nostro viaggio mi segnala su facebook un video virale in cui giovani palestinesi ballano e cantano che “la Palestina è happy”.

Giovani di tutto il mondo nei loro paesi hanno girato un video simile.

Questa volta c’è qualcosa di diverso: si fa per la Palestina che non è happy, ma loro si. E io, che li ho conosciuti, so perché ballano: perché esistono e sono. E questo è un fatto. La violenza del loro essere esplode in danza, in immagini e in parole, e si fa pratica di non violenza.

L’aria secca e gialla delle colline, il bianco paziente delle case di roccia.

Noi cinque in viaggio di conoscenza nei territori palestinesi.

La non violenza non è attesa, è azione. E allora l’andare e venire di Emily da Ramallah alla sua casa di Bet Sahour attraverso i check point, la cena tardi di Nina dopo il lavoro al centro estetico, il calcetto degli uomini il mercoledì sera sono pratiche di non violenza. Azioni, nient’altro che fatti.

La non violenza parte da casa, penso.

Un uomo e una donna litigano nel loro appartamento romano d’estate, che è in pace.

E urlano e non ascoltano. Lanciano parole a rompere ogni equilibrio e infrangere ogni dolcezza.

Poi la sera si sta in silenzio chiusi e feriti, con gli sguardi duri e i pensieri in fiamme, ma la cena è a tavola. E anche questo è un fatto.

La non violenza è tornare a casa, penso.

Ma Gaza è in fiamme, e le case distrutte. Come si potrà preparare la cena?

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