A un mese dall’attacco congiunto di Israele e degli Usa contro l’Iran è lecito tentare un bilancio di questa guerra che, persino a detta di chi l’ha voluta, ha leso il diritto internazionale.
Editoriali
Esiste un abbandono del Sud silenzioso, ma non meno importante per la definizione dei destini di una parte consistente dell’Italia. È quello che ha come protagonisti le migliaia di meridionali che decidono di lasciare i loro territori di origine in maniera sempre più definitiva.
L’aspetto drammatico che emerge dal dissidio catholicos/premier è che la diaspora armena – circa il doppio, o forse il triplo, dei 3 milioni di armeni che vivono in patria – è, ora, totalmente disorientata.
Si dichiara che le persone immigrate sono pericolose, che vanno controllate più strettamente e punite con maggiore severità, che la loro presenza è nociva per il benessere del Paese. Da qui discende la necessità di norme aggiuntive, ancora più rigide, per difendere le città dalla morsa di un’immaginaria invasione.
Per tutti, uomini e donne, è ormai indifferibile l’obbligo di tornare a ragionare sulle questioni che, a forza di restare appaltate ai piani alti delle dirigenze politiche, rimangono statiche.
La notte americana si consuma nel sonno di democrazie stanche e ripiegate sulle proprie agende interne.
Non è un’epoca tranquilla nemmeno per le religioni: stiamo indiscutibilmente attraversando una crisi di trasformazioni inedite e camminare sul tapis roulant può traumatizzare.
Dopo aver approvato nella primavera del 2024 il nuovo Patto sull’immigrazione e l’asilo, finalizzato a ridurre la possibilità di ottenere asilo nell’Ue, la Commissione europea ha ora emanato tre proposte, che dovranno poi passare al vaglio del parlamento, per rendere operative le limitazioni annunciate.
La patologia dell’antisemitismo persiste, ricorre con pervicacia 80 anni dopo lo sterminio nazista. Riesuma vecchi stereotipi quali il potere finanziario e politico esercitato dagli ebrei, il fantasma mistificatorio di un complotto mondiale da essi ordito.
Mamdani e la tentazione del “partito islamico”
A ruggire, questa volta, è stato il popolo e non il tycoon. L’elezione a sindaco di New York di un immigrato della buona borghesia cosmopolita, socialista e di fede islamica, ha scosso il sistema politico americano e ha dimostrato la vitalità di un’altra America, probabilmente minoritaria, ma decisamente diversa da quella che si identifica nel Maga – Make America Great Again – e nel suo celebrato leader.
