A trent’anni da Srebrenica, il presidente serbo Aleksandar Vučić ricorda l’evento in un tweet in inglese, con parole generiche e senza menzionare esplicitamente il genocidio. In Serbia, le istituzioni hanno mantenuto un profilo basso, lasciando che siano attivisti e artisti a farsi carico della memoria. Il tema resta ancora un tabù, tra silenzi ufficiali e una società divisa.
Geopolitica
Pace o profitto? L’accordo Congo-Rwanda sotto il segno dell’estrattivismo
L’accordo tra Congo e Rwanda firmato a Washington e sponsorizzato da Donald Trump solleva dubbi più che speranze: dietro l’intento di pace si cela un evidente interesse economico, soprattutto per gli Stati Uniti. Le critiche si moltiplicano, dal Nobel Mukwege a Human Rights Watch, denunciando neocolonialismo e premi al Rwanda nonostante le continue violazioni. Sullo sfondo, milioni di morti e un rischio concreto: perpetuare lo sfruttamento invece che fermare la guerra.
In Venezuela aumentano le detenzioni arbitrarie di cittadini stranieri usati come strumenti di pressione politica dal regime di Nicolás Maduro. Organizzazioni umanitarie denunciano condizioni disumane nelle carceri e la violazione sistematica dei diritti umani mentre il governo italiano e l’Unione europea chiedono il rilascio immediato dei detenuti.
Geografie della deterrenza. Come cambia il diritto d’asilo a livello globale
Nel Mediterraneo come negli Stati Uniti, passando per l’Africa occidentale fino ad arrivare in Medio Oriente, i respingimenti delle persone migranti sono diventati la politica migratoria di predilezione. Ilaria Giglioli, studiosa di migrazioni, confini e razzializzazione (Università di San Francisco), analizza le “geografie della deterrenza” e le connessioni di questa tendenza a livello globale.
La pace smarrita in un mondo governato dalla “legge del più forte”
Angosciati dalla cronaca quotidiana di bombardamenti, avanzate e occupazioni militari che hanno raggiunto un’intensità e una frequenza sconosciute a chi è nato e cresciuto dopo la Seconda guerra mondiale, rischiamo di non cogliere una eccezionale novità geopolitica che si fa ogni giorno più concreta: la fine del multilateralismo e con esso di un ordine internazionale garantito e governato dalle Nazioni Unite.
Se la storia è una chiave per comprendere il presente, lo stesso vale per il Medio Oriente e le sue trasformazioni dopo le guerre mondiali, l’egemonia americana, la rivoluzione iraniana e i conflitti contemporanei. Esistono cause profonde, interferenze esterne e strategie di potenza che influenzano ancora oggi la Regione e le contraddizioni geopolitiche attuali, tra Israele, Iran, Arabia Saudita e Stati Uniti, rivelano un equilibrio instabile alimentato da interessi globali e retaggi storici.
Il governo israeliano riapre i villaggi colpiti il 7 ottobre, mentre Netanyahu cavalca i “successi” contro l’Iran per rilanciarsi politicamente. Ma Gaza rimane in una situazione disperata, e – sebbene con qualche importante eccezione – la società israeliana fatica a guardare in faccia l’altra parte del conflitto.
Il Brasile sta affrontando un processo storico: 34 tra politici e militari vicini
all’ex presidente Bolsonaro sono sotto accusa per tentato colpo di Stato.
Ma la posta in gioco va oltre l’aspetto giudiziario. In ballo c’è la tenuta
stessa della democrazia, fragile e tutt’altro che garantita.
Almeno per un giorno, Trump poteva esordire richiamandosi al popolo e alla forza della democrazia americana, più forte dei complotti e delle lotte intestine, del pregiudizio e delle lobby, una nazione al cospetto di Dio, invidiata e temuta.
Yael Admi, israeliana, è stata inclusa nell’elenco delle 12 donne leader del 2024, stilato dalla rivista Time, in qualità di rappresentante di Women Wage Peace, un movimento la cui finalità è la cessazione del conflitto israelo-palestinese. Anche se la guerra tra Hamas e Israele produce ancora morte e sofferenza c’è chi ha il coraggio di chiedere che
si spezzi la spirale di sangue e il desiderio di vendetta.
