Nuovi studi sul rapporto tra cambiamento climatico e violenza mostrano che gli effetti della crisi ambientale non producono soltanto conflitti e instabilità, ma possono anche favorire cooperazione e adattamento collettivo. La sfida, per le scienze sociali e della pace, è comprendere quali condizioni spingano le comunità verso lo scontro o verso forme condivise di resilienza.
Dispacci di pace
Le guerre prolungate in Ucraina e Medio Oriente consumano grandi quantità di armamenti e riducono l’offerta globale, creando paradossalmente le condizioni per rilanciare politiche di controllo degli armamenti. In questo frangente, l’Unione europea dovrebbe cogliere questa fase per promuovere una strategia cooperativa di limitazione del riarmo.
Le politiche interne autoritarie e la proiezione esterna aggressiva degli Stati sono strettamente connesse e perciò vanno analizzate insieme. La costruzione della pace passa necessariamente da democrazia e rispetto dei diritti umani all’interno dei Paesi.
Il funzionamento del potere autoritario non passa solo attraverso ordini espliciti e burocrazie efficienti. Nel caso del Nazismo, ambiguità, competizione interna e discrezionalità furono strumenti deliberati per produrre radicalizzazione e violenza. Una dinamica che pare riemergere anche in contesti contemporanei.
La strategia americana fondata sulla minaccia dell’uso della forza, rilanciata da Donald Trump, non rafforza il potere degli Stati Uniti ma accelera un riarmo globale che ne riduce il vantaggio relativo. L’aumento dei costi militari e l’erosione delle regole internazionali rendono questa visione difficilmente sostenibile nel lungo periodo.
La rotta balcanica resta uno dei fronti più drammatici delle migrazioni verso l’Europa, tra violenze, morti invisibili e diritti negati. In Bosnia, a Tuzla, l’impegno di Nihad Suljic restituisce dignità ai migranti deceduti e interroga l’Unione europea sulle proprie responsabilità.
La Storia è spesso manipolata dai governi per costruire identità e legittimare narrazioni nazionaliste, soprattutto nelle società segnate dalla guerra. Progetti come Joint History Books, contrastano letture di questo tipo e promuovono il pensiero critico, mostrando come una “buona Storia” possa diventare uno strumento di pace.
Il crollo del sistema multilaterale, acuito dalla politica isolazionista di Trump, riapre il dibattito sul futuro della governance globale: un Consiglio di Sicurezza fondato su organizzazioni regionali, anziché su Stati, potrebbe garantire maggiore stabilità e rappresentatività al sistema internazionale.
I conflitti globali, da Ucraina a Gaza, accentuano violenza e insicurezza, mentre sembra crescere la rassegnazione delle élite in un futuro dominato da armi e restrizioni democratiche. Eppure, nonostante i casi “impossibili” (come la Russia), il dialogo con altri attori strategici (Cina in primis) resta essenziale per costruire soluzioni pacifiche e ridurre la proliferazione di armi convenzionali.
Stiamo vivendo ormai un paradosso per cui, nonostante l’aumento dei conflitti globali e l’indebolimento dell’ordine democratico, i mercati finanziari ritrovano slancio, almeno momentaneamente. Un effetto che si spiega con l’adattamento degli investitori a scenari negativi ormai considerati prevedibili e strutturali ma che comunque non porterà beneficio alla stragrande maggioranza delle persone.
