Il funzionamento del potere autoritario non passa solo attraverso ordini espliciti e burocrazie efficienti. Nel caso del Nazismo, ambiguità, competizione interna e discrezionalità furono strumenti deliberati per produrre radicalizzazione e violenza. Una dinamica che pare riemergere anche in contesti contemporanei.
Dispacci di pace
La strategia americana fondata sulla minaccia dell’uso della forza, rilanciata da Donald Trump, non rafforza il potere degli Stati Uniti ma accelera un riarmo globale che ne riduce il vantaggio relativo. L’aumento dei costi militari e l’erosione delle regole internazionali rendono questa visione difficilmente sostenibile nel lungo periodo.
La rotta balcanica resta uno dei fronti più drammatici delle migrazioni verso l’Europa, tra violenze, morti invisibili e diritti negati. In Bosnia, a Tuzla, l’impegno di Nihad Suljic restituisce dignità ai migranti deceduti e interroga l’Unione europea sulle proprie responsabilità.
La Storia è spesso manipolata dai governi per costruire identità e legittimare narrazioni nazionaliste, soprattutto nelle società segnate dalla guerra. Progetti come Joint History Books, contrastano letture di questo tipo e promuovono il pensiero critico, mostrando come una “buona Storia” possa diventare uno strumento di pace.
Il crollo del sistema multilaterale, acuito dalla politica isolazionista di Trump, riapre il dibattito sul futuro della governance globale: un Consiglio di Sicurezza fondato su organizzazioni regionali, anziché su Stati, potrebbe garantire maggiore stabilità e rappresentatività al sistema internazionale.
I conflitti globali, da Ucraina a Gaza, accentuano violenza e insicurezza, mentre sembra crescere la rassegnazione delle élite in un futuro dominato da armi e restrizioni democratiche. Eppure, nonostante i casi “impossibili” (come la Russia), il dialogo con altri attori strategici (Cina in primis) resta essenziale per costruire soluzioni pacifiche e ridurre la proliferazione di armi convenzionali.
Stiamo vivendo ormai un paradosso per cui, nonostante l’aumento dei conflitti globali e l’indebolimento dell’ordine democratico, i mercati finanziari ritrovano slancio, almeno momentaneamente. Un effetto che si spiega con l’adattamento degli investitori a scenari negativi ormai considerati prevedibili e strutturali ma che comunque non porterà beneficio alla stragrande maggioranza delle persone.
Tutto quello che abbiamo imparato (una volta per tutte?)
In un mondo sempre più sull’orlo del caos, il recente attacco congiunto di Israele e Stati Uniti contro l’Iran conferma sei insegnamenti fondamentali sull’inutilità e la pericolosità della guerra. Solo il dialogo e la diplomazia possono offrire soluzioni durature ai conflitti, mentre la guerra alimenta instabilità, disuguaglianze e illusioni di potere.
L’espressione «It’s the economy, stupid!» suggerisce una certa predominanza dell’economia, ma è tecnicamente imprecisa, poiché essa dipende anche dalle regole stabilite dalla politica. L’amministrazione Trump, ad esempio, con le sue guerre commerciali, ha aumentato l’incertezza economica e minacciato la pace, dimostrando quanto la politica sia influente, nel bene e nel male.
Disuguaglianze nella difesa e assenza di pace
Il crescente riarmo globale e il ricorso alla forza al posto della diplomazia stanno esacerbando le disuguaglianze tra Paesi ricchi e poveri, con gravi conseguenze per la sicurezza e la pace internazionale. Nel caso dell’Unione europea solamente una compattezza e un’unione di intenti evidente possono essere considerati effettivi strumenti di pace.
