Tra le tensioni dovute alle ricorrenze nazionali israeliane e la guerra in corso, cresce un movimento israelo-palestinese che prova a costruire dal basso un’alternativa fondata su pace, giustizia e convivenza.
From The Donkey’s Mouth
La nuova legge israeliana sulla pena di morte per “terrorismo” – che di fatto colpisce esclusivamente i palestinesi – solleva interrogativi su disparità giuridiche, esclusioni sistemiche, uso politico della legislazione e sul progressivo spostamento del confine di ciò che è considerato “politicamente accettabile”.
L’idea di un limite all’empatia viene spesso usata in Israele per giustificare l’indifferenza verso la sofferenza palestinese dopo il 7 ottobre 2023, ma Gaza, l’occupazione e i conflitti regionali fanno parte di un unico quadro che richiede la massima attenzione.
Le elezioni israeliane del 2026 si profilano come un vero banco di prova per il futuro del Paese. Secondo un’analisi di Chatham House, non si tratterà solo di scegliere un governo, ma di decidere il destino del contratto sociale tra Stato e cittadini. Cresce infatti la frustrazione dell’opinione pubblica (soprattutto tra i riservisti) nei confronti delle esenzioni dal servizio militare che riguardano circa 80mila giovani ultra-ortodossi, mentre il futuro di Gaza resta incastrato in un quadro “tecnocratico” – secondo la dicitura della Fase II del cosiddetto Trump Plan – che sembra offrire poche prospettive di reale sviluppo per i palestinesi.
Israele e la “contro-aliyah” dei liberali: riflessioni di un pacifista
Un nuovo studio dell’Israel Democracy Institute che ha rivelato che il 27% delle persone con cittadinanza israeliana sta considerando l’emigrazione, con picchi del 39% tra gli ebrei non religiosi e del 60% tra i giovani laici.
