Il Concilio di Nicea (325 d.C.), a 1700 anni dalla sua convocazione, segna un punto di svolta teologico: la fede cristiana proclama l’unità sostanziale tra Gesù e Dio, sancendo così un’irreversibile distinzione dall’Ebraismo e dalle tradizioni religiose del mondo antico. Un nodo ancora attuale, che interpella oggi le Chiese sul linguaggio della fede e sul suo rapporto con la storia.
Teologia e Società
Mentre la rilevanza sociale della predicazione cattolica e protestante sembra in caduta libera, in molti Paesi la diaconia, specie quella organizzata in stile aziendale, costituisce un pilastro decisivo di ciò che resta del sistema di protezione dei settori più deboli della società. Ma qual è oggi il significato teologico e pastorale della diaconia?
Per secoli il pensiero cristiano ha cercato di limitare la brutalità della guerra con la teoria della “guerra giusta”, oggi messa in crisi da armamenti moderni e contesti geopolitici instabili. La nuova prospettiva della “pace giusta” punta alla prevenzione e a soluzioni condivise, ma fatica a reggere nell’attuale scenario globale frammentato.
Il dibattito occidentale sulla pace e il riarmo ha attraversato diverse fasi, con le Chiese divise tra il sostegno all’uso delle armi e l’opzione nonviolenta. Nonostante la prevalenza storica dell’opzione militare, negli ultimi decenni anche il magistero cattolico e molte Chiese evangeliche hanno abbracciato la nonviolenza, sollevando interrogativi sulla convivenza di queste visioni contrastanti e sulle implicazioni morali ed esistenziali dei conflitti armati.
Le Chiese cristiane in Europa hanno impiegato decenni per adattarsi alla democrazia, con un’accelerazione soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale.Tuttavia, oggi, una parte crescente dell’opinione pubblica occidentale sembra sfidare il modello democratico, preferendo soluzioni populiste, che – se non associabili del tutto ai totalitarismi – pendono comunque verso una certo tipo di “democratura”. E le reazioni delle Chiese a questa tendenza sono piuttosto ambigue.
Il 21 gennaio 2025 segnerà il quinto centenario del movimento anabattista zurighese, il cui inizio è identificato con il battesimo di Jörg Blaurock da parte di Conrad Grebel. Nonostante le divergenze tra le varie correnti anabattiste del Cinquecento, il movimento ha contribuito a definire princìpi come il rifiuto dell’uso della forza e la separazione dalla società peccatrice. Questioni che riemergono con forza anche al giorno d’oggi.
Alla fine di ottobre si è chiusa la lunga fase sinodale voluta da Francesco. E anche se su temi come quelli dell’apertura alle donne del ministero diaconale la porta non è stata del tutto chiusa, è altrettanto vero che i cambiamenti tanto sperati in diversi ambienti cattolici non sembrano essere all’orizzonte.
L’orizzonte “interreligioso” domina ormai da decenni il dibattito teologico e, in misura non irrilevante, quello culturale, non senza ricadute in ambito politico. Tuttavia, sebbene sia del tutto evidente che l’incontro tra religioni sia importante, può accadere che capi religiosi abbiano la presunzione di parlare in nome dell’umanità intera sulla base dei “veri insegnamenti delle religioni”, dei quali sarebbero depositari.
Pur affermando di non amare i “sacerdoti”, la società scristianizzata si affida spesso a “oracoli” di varia natura. Negli ultimi anni sembra essere molto gettonata la categoria del “geopolitico” con la quale – magari via Youtube – si spiega alla “plebe” come funziona davvero il mondo.
Ogni teologia, quindi non solo – ad esempio – quella “del Sud del mondo”, è sempre stata contestuale: un conto è annunciare l’Evangelo nelle foreste del Congo, un altro farlo a New York. Domande, linguaggi, stili argomentativi dipendono dal contesto in misura decisiva. Nell’attuale geografia cristiana è dunque richiesta una teologia contestuale europea: con quali caratteristiche?
