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“Riforma”. La divisione della casa comune europea (1490-1700)

by redazione

Diarmaid MacCulloch

RIFORMA

La divisione della casa comune europea (1490-1700)

Premessa di Adriano Prosperi

Carocci Editore 2017 (2° edizione), pagine 1023, euro 24,00

di Bruno Liverani

Ottobre, mese della Riforma (1517-2017): una buona occasione per tornare a una ricognizione serena, meno increspata da storici risentimenti (più “laica”?), di quella serie di eventi che hanno sconvolto e diviso l’Europa tra il ’500 e il ’600. Ci può aiutare la recente riedizione di una monumentale opera dello storico britannico Diarmand MacCulloch, il quale della Riforma offre una visione originale sia per l’ampiezza dello sguardo che per l’originalità del punto di vista. Non deve spaventare la mole dell’opera: mille pagine che si leggono con piacere, sia per la proverbiale felicità narrativa dei britannici, sia per la straordinaria messe di informazioni.

Nella breve premessa all’opera di Mac Culloch, Adriano Prosperi (di cui ricordiamo il recente libro Lutero. Gli anni della fede e della libertà, Mondadori 2017), presenta innanzitutto l’autore. “Diarmaid MacCulloch è nato e cresciuto all’interno dell’Inghiltterra e della Chiesa anglicana. Figlio di un pastore di campagna (…) seguendo il modello paterno si è avviato alla carriera ecclesiastica. Ma dopo il diaconato ha rifiutato il passaggio al presbiterato per serbar fede alle convinzioni e alle scelte che lo hanno portato a militare nel Gay Christian Movement. Convinzioni, si noti, che gli hanno suggerito pagine sulla storia dell’omosessualità cristiana, che sono forse le più originali e sicuramente tra le più lette e discusse del libro”. Ben due capitoli, il 16 e il 17, sono dedicati al tema “l’amore e il sesso” (alcuni dei titoli: il cattolicesimo, la famiglia e il celibato; il protestantesimo e la famiglia…).

L’impresa di MacCulloch, volta a dominare tutto lo scenario religioso europeo tra le due date indicate nel sottotitolo, appare impresa ardua. “Ne sarebbe intimorito ogni storico consapevole dei suoi limiti e delle moltissime ragioni che hanno reso finora impraticabile un disegno del genere. Non è solo questione di quantità, ma di qualità: c’è una controversia tra Chiese che ha lasciato il segno anche sui termini con cui si designa quest’epoca, dato che i cattolici resistono a indicare la Riforma protestante col termine che dà il titolo aquesto libro (Reformation) e i protestanti insistono in genere a definire ‘Controriforma’ tutto ciò che accade tra Cinquecento e Seicento nel mondo di obbedienza romana. Ne risulta una divisione di aree per cui nelle sintesi di storia della Riforma ci si riferisce normalmente al mondo protestante e alla realtà segnata dalle idee di Lutero, di Zwingli e di Calvino, lasciando ai rivali di obbedienza romana la storia di quell’altra cosa chiamata generalmente storia della Controriforma o storia della Riforma cattolica”.

Oltre a ciò la controversia tra le Chiese si è colorata di nazionalismo, sviluppandosi all’interno delle diverse culture nazionali. Ad esempio, “il lettore italiano noterà in modo speciale la differenza tra la scelta di MacCulloch di seguire la storia delle concezioni teologiche e delle dottrine religiose nell’arco lungo della storia del cristianesimo e quell’attenzione ossessiva della nostra tradizine culturale all’uso politico della religione. Qui il ricorso alla religione come intrumentum regni e tutto lo sfondo dei rapporti di forza politici e militari sono lasciati nell’ombra”.

Prosperi rileva un aspetto, che sulle prime ci aveva colpito dando una scorsa alla bibliografia: la quasi totale preminenza della letteratura storiografica anglosassone, e dunque l’assunzione di un punto di vista britannico sulla storia europea: eppure questo limite consente “una chiave di lettura dell’età della Riforma piuttosto originale, che porta avanti una tendenza già avvertibile negli sviluppi recenti e meno recenti degli studi storici sulla Riforma”. Da ciò deriva uno sguardo più sgombro, meno condizionato da vecchie contrapposizioni tra mondi incomunicabili. “Nel disegno di questo libro – scrive Prosperi – il mondo dei romanisti entra a far parte integrante del disegno: i conflitti della Riforma con le discussioni intorno alla giustificazione del cristiano e all’eredità del pensiero di sant’Agostino furono al centro dei dibattiti religiosi e debono essere ricostruiti in un disegno d’insieme senza confini statali o confessionali perché si tratta di una questione europea”.

Già, l’Europa: nel racconto di MacCulloch l’Europa, ancora culturalmente unita fin verso la fine del ‘500, va in frantumi con le guerre di religione e la guerra dei Trent’anni. “La storia della Riforma secondo MacCulloch è dunque la storia della fine dell’unità europea. Il tema del suo racconto è questo: come accadde che la casa comune Europa si divise. E poiché l’oggetto del racconto è la divisione di un’eredità comune, un tema primario è l’attenzione ai termini e ai concetti: è necessario restaurare il significato originario delle parole, quelle che esse avevano prima che la divisione del patrimonio culturale comune ne spezzasse e alterase il significato”.

*

A questo punto, apriamo il libro e riprendiamo alcuni passi dell’Introduzione, dedicati, appunto, a quell’igiene salutare del linguaggio e dei concetti richiamata da Prosperi.

La Riforma ha causato l’insorgere di molte complicazioni in relazione al significato del termine “cattolico”: in realtà non vi fu una sola riforma, ma molte Riforme diverse, e quasi tutte dicevano di voler ricreare una cristianità autenticamente cattolica. Per ragioni di semplicità, dirò che il presente libro si occupa di una molteplicità di Riforme, alcune delle quali furono dirette dal papa. Userò il termine “Riforma” tout court, ma i lettori dovrebbero tenere presente che esso include spesso tanto il protestantesimo che i movimenti religiosi comunemente noti come cattolicesimo tridentino, Riforma cattolica o Controriforma, vale a dire la parte rinvigorita e rivivificata della vecchia Chiesa che rimase fedele al papa.

Il termine “cattolico” è chiaramente una parola che molti intendevano rivendicare a sé. È degno di nota, invece, quanto numerose siano le definizioni religiose che videro la luce come espressioni beffarde o sarcastiche: la Riforma è piena di parole rabbiose. In un primo tempo, il termine”calvinista” era un insulto per chi condivideva le convinzioni di Giovanni Calvino; quel soprannome ebbe gradatamente la meglio di un altro termine rivale, ossia “picard”, che si riferiva al luogo di nascita di Calvino, Noyon, in Piccardia. Gli anabattisti non definivano mai se stessi con il termine “anabattista”, dal momento che questa parola significa “colui che ribattezza”, e questi gruppi di convinzioni radicali credevano che il battesimo da adulti costituisse l’unica iniziazione al vero cristianesimo, mentre il battesimo dei bambini non aveva nessun significato per loro. Persino un termine sfuggente come “anglicano” nacque, a quanto pare come un’espressione di disapprovazione pronunciata dal re Giacomo VI di Scozia, quando, nel 1588, cercava di convincere la Chiesa di Scozia del ben scarso entusiasmo da lui provato per la Chiesa d’Inghilterra.

Uno degli usi più curiosi è rappresentato dalla diffusione del termine “protestante”. Originariamente la parola si riferiva a un’occasione specifica, allorché nel 1529, nella Dieta (assemblea imperiale) del Sacro romano impero tenutasi nella città di Speyer (Spira) il gruppo dei principi e delle città che appoggiavano i programmi di riforma promossi da Martin Lutero e Huldrych Zwingli si ritrovarono in minoranza al momento della votazione. Per mantenersi uniti e rinforzare la solidarietà reciproca, Lutero e Zwingli emisero una protestatio in cui venivano affermate le convinzioni da essi condivise a favore della Riforma. Nei decenni successivi l’etichetta “protestante” entrò a far parte del vocabolario della politica imperiale, senza implicare altri riferimenti che quelli. Quando nel 1547, a Londra, si stava organizzando l’incoronazione a re del piccolo Edoardo VI, i responsabili incaricati di organizzare la processione dei dignitari che avrebbe dovuto attraversare la città previdero nel corteo uno spazio per i “protestanti”, intendendo cioè i rappresentanti diplomatici dei tedeschi riformatori che si trovavano nella capitale inglese. Soltanto in seguito al parola acquistò un riferimento decisamente più ampio. Appare dunque problematico usare il termine “protestante” per indicare semplicemente i simpatizzanti della Riforma nella prima metà del XVI secolo, e il lettore non mancherà di notare che, spesso nel libro, uso una parola diversa, ovvero “evangelici”. Questo termine ha due vantaggi rispetto all’altro: in primo luogo, era ampiamente usato e riconosciuto all’epoca; in secondo luogo, riassume in sé ciò che premeva di più a quelle schiere di attivisti, ossia la buona novella del Vangelo, quello che nel greco latinizzato si chiamava appunto evangelium.

(…)

La storia della Riforma del XVI secolo non è importante solo per il piccolo continente europeo. Nella stessa epoca in cui la cultura comune dell’Europa cristiana latina andava frantumandosi, gli europei instauravano il proprio potere nelle Americhe e sulle coste dell’Asia e dell’Africa; perciò tutte le divisioni religiose europee furono replicate e riprodotte nelle terre colonizzate. Poiché le due maggiori potenze che si avventurarono inzialmente in quell’impresa rimasero fedeli al papa, la prima storia dell’espansione religiosa dell’Europa riguarda più i cattolici che i protestanti, con una notevolissima eccezione, però. Negli Stati Uniti d’America fu il protestantesimo proveniente dall’Inghilterra e dalla Scozia a determinare i modelli originari dell’identità religiosa, e la varietà sviluppatasi all’interno del protestantesimo inglese trovò una nuova sintesi sulla sponda opposta dell’Atlantico. La vita americana si nutre della continua energia fornita da una pratica religiosa protestante che affonda le proprie radici nel XVI secolo. Sicché la Riforma, in particolare nella forma assunta dal protestantesimo inglese, ha creato l’ideologia dominante nell’unica superpotenza che è rimasta oggi al mondo.

(…)

Questo libro (…) racconterà una storia dalla quale prendere le mosse, intessendo una narrazione intrecciata nel modo più stretto possibile, perché fu proprio questo il modo in cui le persone di allora fecero esperienza di quegli avvenimenti. Così facendo, si intende quindi limitare la disgraziata tendenza a presentare il fenomeno della Riforma riferendosi esclusivamente all’operato di alcune singole paersonalità di sesso maschile, principalmente Lutero, Zwingli, Calvino, Ignazio di Loyola, Cranmer, Enrico VIII e un buon numero di papi. Queste figure, in realtà, fanno semplicemente parte di una storia che coinvolge i movimenti del sentire popolare, il lento cambiamento dello stile di vita delle persone comuni, nonché le preoccupazioni politiche e dinastiche delle élite fondiarie.

 

(a cura di Bruno Liverani)

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