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Giordano Bruno e Lutero

by redazione

L’inserto culturale del “IL Sole 24 Ore” di domenica 12 febbraio 2017 dedica la pagina di apertura a Giordano Bruno con una nota di Massimo Bucciantini su un particolare del monumento di Campo dei Fiori. Osserva che in uno degli otto medaglioni inseriti nel basamento della statua, dedicati ad altrettanti “martiri del libero pensiero”, e segnatamente in quello dedicato a Giulio Cesare Vanini, è stato inserito molto in piccolo, ma ben riconoscibile, il volto di Martin Lutero.

Forse Bruno non l’avrebbe troppo apprezzato: come si scontrò con la sua chiesa di appartenenza, non meno aspramente considerò il luteranesimno e il calvinismo, perché altrettanto avversi al libero e pacifico dispiegarsi del pensiero.

Osserva Michele Ciliberto (Giordano Bruno, Laterza 1990) che, nello scontro tra Erasmo e Lutero, Bruno sta decisamente col primo, maestro di pace e di un rapporto col testo biblico che punta sul “valore esegetico dell’allegoria e della metafora, sulla scia di una tradizione che muovendo da Origene perviene a Girolamo, per arrivare ad Erasmo. (…) Erasmianamente, la pace è per Bruno la pietra di paragone delle religioni. Germoglia qui, per contrasto il drastico rifiuto della Riforma e di Lutero. Basata su aberranti dottrine, essa sconvolge l’ordine del mondo”. Ma, “la teologia a sé considerata non è il bersaglio principale della critica di Bruno. Ciò cui essa mira sono le conseguenze ‘civili’ che scaturiscono da quella teologia”.

Tuttavia, ricorda ancora Ciliberto, c’è un testo di Bruno di tenore diverso: si tratta di un discorso di commiato pronunciato a Wittemberg nel quale esprime “la sua gratitudine profonda ai dottori dell’università che, a differenza di quelli parigini e oxoniensi, l’avevano accolto con cordialità e gli avevano consentito d’insegnare, di lavorare e di stampare in serenità”. Ma, avverte Ciliberto, l’elogio “non si connette in alcun modo a considerazioni di carattere teologico (…) Al tempo stesso sarebbe sbagliato ridurre questo mutamento a ragioni puramente occasionali, se non addirittura opportunistiche. Il fatto è che Bruno a Wittemberg fece esperienza di un clima di ‘libertà’ filosofica connesso, evidentemente, a una scelta politica consapevole del ceto dirigente di matrice luterana”.

Su questa avversione di Bruno per il luteranesimo (ma lo stesso vale per il calvinismo e per qualsiasi altra chiesa ostile al libero dispiegarsi del pensiero e, come tale, fonte di violenza) è significativo il seguente testo, tratto da Spaccio della Bestia trionfante.

È cosa indegna, stolta, profana e biasimevole pensare che gli Dei ricercano la riverenza, il timore, l’amore, il culto e il rispetto da gli uomini per altro buon fine et utilitade che de gli uomini medesimi: atteso che essendo essi gloriosissimi in sé, e non possendosegli aggiongere gloria da fuori, han fatto le leggi non tanto per ricevere gloria, quanto per comunicar la gloria a gli uomini: e però tanto le leggi e giudicii son lontane dalla bontà e verità di legge e giudicio, quanto se discostano dall’ordinare et approvare massimamente quello che consiste nell’azzioni morali de gli uomini a riguardo di altri uomini …

E però li peccati interiori solamente denno essere giudicati peccati, per quel che mettono o metter possono in effetto esteriore; e le giustizie interiori mai sono giustizie senza la pratica esteriore, come le piante in vano sono piante senza frutti o in presenza o in aspettazione. E vuole che de gli errori in comparazione massimi sieno quelli che sono in pregiudicio della republica; minori quelli che sono in pregiudicio d’un altro particolare interessato; minimo sia quello ch’accade tra noi d’accordo; nullo è quello che non procede a mal esempio o male effetto, e che da gl’impeti accidentali accadeno nella complessione dell’individuo …

Ha comandato ancora al giudicio che sia accorto che per l’avenire approve la penitenza, ma non che la metta al pari dell’innocenza; approvi il credere e stimare, ma giamai al pari del fare et operare … non faccia che colui che doma vanamente il corpo sieda vicino a colui ch’affrena l’ingegno.

Non pona in comparazione questo solitario disutile con quello di profittevole conversazione … Non tanto arrida a quello che ha frenato il fervor della libidine, che forse è impotente e freddo, quanto a quell’altro ch’ha mitigato l’empito de l’ira, che certo non è timido ma paziente. Non applauda tanto a quello che forse disutilmente s’è ubligato a non mostrarsi libidinoso, ch’a quell’altro che si determina di non essere maledico e malfattore. Non dica maggior errore il superbo appetito di gloria, onde resulta sovente bene alla republica, che la sordida cupidiggia di danari. Non faccia tanto trionfo d’uno che abbia sanato un vile e disutil zoppo, che poco o nulla vale più sano che infermo, quanto d’un altro ch’ha liberata la patria e riformato un animo perturbato. Non stime tanto o più gesto eroico l’aver in qualche modo e qualche maniera possuto estinguer il fuoco d’una fornace ardente senz’acqua, che l’aver estinte le sedizioni d’un popolo acceso senza sangue. Non permetta che si addrizzeno statue a poltroni nemici del stato de le republiche e che in pregiudizio di costumi e vita umana ne porgono parole e sogni …

E guarde di promettere amore, onore e premio di vita eterna et immortalitade a quei che approvano gli pedanti e parabolani (= chiacchieroni, fanfaroni, ndr): ma a quelli che per adoperarsi nella perfezione del proprio ed altrui intelletto, nel servizio della communitade, nell’osservanza espressa circa gli atti della magnanimità, giustizia e misericordia, piaceno a gli Dei. Li quali per questa caggione magnificarono il popolo Romano sopra gli altri: perché con gli suoi magnifici gesti più che l’altre nazioni si seppero conformare et assomigliare ad essi, perdonando a’ summessi, debellando gli superbi, rimettendo le ingiurie, non obliando gli beneficci, soccorrendo a’ bisognosi, defendendo gli afflitti, relevando gli oppressi, affrenando gli violenti; promovendo gli meritevoli, abbassando gli delinquenti: mettendo questi in terrore et ultimo esterminio con gli flagelli e secure, e quelli in onore e gloria con statue e colossi. Onde consequentemente apparve quel popolo più affrenato e ritenuto da vizii d’incivilitade e barbaria, e più esquisito e pronto a generose imprese, ch’altro che si sia veduto giamai.

 

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