Tertium datur? Europa e Occidente nell’era globale - Confronti
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Tertium datur? Europa e Occidente nell’era globale

by redazione

di Mario Campli

Il saggio è un capitolo del libro collettaneo, AA.VV. (a cura di Daniela Falcioni), Genealogie dell’Occidente, Bollati Boringhieri, Torino 2015.

Comincio la Lettura del saggio di Giacomo Marramao dalla fine. Scrive Marramao: “Mai come oggi [il neretto è mio] si sono date le condizioni oggettive così propizie per un ruolo cruciale dell’Europa, del tertium europeo, sulla scena del mondo globalizzato.” (p. 94).

“Oggi”? mi sono subito chiesto; in questa temperie che attraversa Europa, il vecchio continente può giocare un ruolo nella “scena del mondo globalizzato? Sono andato quindi a verificare il tempo di quell’oggi: la data di pubblicazione di questo e degli altri  saggi/capitoli di Genealogie dell’Occidente: prima edizione, novembre 2015 (aggiungendo il tempo necessario alla elaborazione dei diversi saggi e della pubblicazione, possiamo risalire agli inizi del 2014).

Dunque, oggi, Giacomo Marramao ed altri (Franco Cardini, Daniela Falcioni, Georges Corm, Alastair Bonnet, Paolo Branca e l’editore Bollati Boringhieri hanno voluto indagare su: “Occidente, parola antica per una categoria geopolitica decisamente moderna, da declinare al plurale [gli occidenti]. Le idee di Occidente sono sorte dentro e fuori le frontiere che si venivano tracciando, ma le diverse origini a cui ciascuna faceva appello denunciavano il proprio carattere di miti etico-politici, più che descrivere una genealogia reale. Sulle rappresentazioni o addirittura invenzioni dell’Occidente, sulle morfologie storiche e i dispositivi concettuali che ne hanno costruito la mega-identità tutt’altro che statica e intangibile, sulle linee di frattura che ormai lo attraversano correndo lungo l’asse planetario, riflettono insieme uno storico, due filosofi, un politologo ed economista, un geografo e un islamologo. Un’analisi a più voci necessaria a comprendere quanti stereotipi si siano addensati attorno allo schema binario Oriente/Occidente – il primo spirituale, intemporale, dispotico e seduttivo; il secondo egemonico, faustiano, produttivo e senz’anima – e come la cosiddetta civiltà occidentale non possa vantare una titolarità esclusiva sulla modernità, invocata sotto altra veste dagli occidentalisti asiatici e inscritta nel cuore stesso del radicalismo islamico” (quarta di copertina).

Il saggio di Marramao, si colloca, dunque, nell’ambito di questa analisi a più voci,  e  ne condivide il progetto (l’onere?) di indagare sui dispositivi concettuali che hanno costruito la mega-identità tutt’altro che statica e intangibile, lungo l’asse specifico del rapporto Europa-Occidente e muovendo da un interrogativo ( il punto di partenza costante di  una vera  ricerca scientifica, storica o filosofica, è sempre una domanda!) che sta ben chiaro nel titolo: Tertium datur?  La domanda/ricerca si dipana   precisamente sulla scena del mondo globalizzato; e si basa sulla tesi che il ruolo cruciale dell’Europa si invera se, e in quanto, si manifesta come tertium europeo.

«Onere?», mi chiedevo sopra. Ed è così.

 “Globalizzazione” è (dopo una , in parte anche ingenua, infatuazione iniziale) nient’altro, ormai,  che una brutta parola. C’è chi lo ha ridotto, col tono dell’invettiva,  ad una fastidiosa qualificazione del sostantivo “Indifferenza” (la globalizzazione dell’indifferenza). Marramao dimostrerà che non si tratta di un moto dello spirito, ma una fenomeno corposo, da governare e perciò da studiare.

“Europa”, poi, è messa alla gogna, quotidie, dai populismi di ogni specie, dentro e fuori il continente, e senza appello alcuno: gli resta soltanto l’impiccio di disfarsene. E a questo obiettivo si arrabattano con attrezzi sofisticati (il web) o ripescati nell’armamentario storico.  E, innaffiando instancabilmente tutti i rancori diffusi, lavorano alacremente a distruggere quel percorso di Integrazione Europea (parziale, stanca e in parte stantia, ma reale), impari alle nuove sfide imposte proprio dalla fastidiosa globalizzazione:  non a caso la crisi di questa Europa unita trova le sue radici  nei cruciali undici mesi del novembre 1989 e ottobre 1990 – caduta del muro di Berlino e connessa  riunificazione della  Germania; è con quella data che non si è voluto/saputo fare i conti!

La convinzione dell’autore – non improvvisata, ma punto di arrivo della sua lunga ed argomentatissima riflessione- è “ che mai come oggi si sono date le condizioni oggettive così propizie per un ruolo cruciale dell’Europa: è, quasi, un azzardo; è certamente una manifestazione di coraggio intellettuale, non diffuso e persino inattuale.  E’ pur vero che Marramao aggiunge subito: “mai come oggi le condizioni soggettive dei politici e dei gruppi dirigenti europei sono apparse coì inadeguate a tale compito e incapaci a cogliere i segni dei tempi. E tuttavia…” (p. 94).

Mi arresto qui, lasciando il seguito sospeso! Incamminandomi a leggere, studiare e, possibilmente, comprendere il percorso della indagine, mi impegno a dare un seguito ai puntini di sospensione alla fine della lettura.

L’elaborazione di Marramao, dunque, si sviluppa “intorno alle endiadi auctoritas/potestas e sacro/profano” (p. 61).  La nostra Lettura procederà  partendo da esse: perché queste due coppie si incrociano e sono interconnesse? Dove si colloca il punto di origine del sacro? Una prima parola chiave è Sovranità. Normalmente  (nella percezione immediata, senza  mediazione del pensiero) la Sovranità è legata al “paradigma centralistico-gerarchico”; a sua volta questo paradigma  assorbe anche un’altra supposta evidenza, quella della sovrapposizione/coincidenza della “dimensione  politica e della dimensione statuale”. E’ su questo versante che il “pensiero” deve operare un primo, fondamentale chiarimento. Operazione niente affatto facile. Perché entra in gioco l’altra parola chiave: Modernità.  Afferma Marramao: “ l’identificazione tra la politica e lo Stato è una caratteristica specifica dell’epoca moderna e, in quanto tale, non corrisponde più alla situazione dell’età globale” (p. 62). Ma la globalizzazione non era/è la quintessenza della modernità? E allora hanno ragione  “le tesi postmoderne, che enfatizzano l’aspetto della frammentazione e della dispersione”? No, dice Marramao: “la globalizzazione non è un evento post-moderno ma (…) ipermoderno (…). E il suo carattere ipermoderno consiste nel fatto che essa porta al diapason, alle estreme conseguenze, un campo di tensione che ha attraversato i quattro «secoli lunghi» della modernità: la tensione tra principio di mondialità e principio di territorialità (p. 62).

(Si può cominciare a intravedere  quanta distanza ci sia  tra  la vulgata del globale,   ripiena delle banalizzazioni che vanno dalla sua traduzione  nel Commercio internazionale (leggi complotti di tutti i tipi) senza regole e senza limiti di spazio, fino alle invettive moraleggianti da parte delle religioni tornate in cattedra, immemori e incolpevoli della corruzione del secolo, e nella ovvia compagnia  delle strumentalizzazioni politicistiche  sui confini, le frontiere e lo straniero. Ma andiamo con ordine).

Il paesaggio, delineato e analizzato da Marramao, si compone di un triplice aspetto:

  • La questione del nuovo spazio globale,
  • La situazione dell’Europa nell’epoca globale,
  • Le prospettive della politica e della cittadinanza europea nel mondo globalizzato.

Marramao, dopo avere delineato questo paesaggio analitico, ci avverte che la questione dello spazio globale “ nuovo” è fondamentale, nel senso che solo dalla sua comprensione risulta possibile la messa a fuoco  del “ nodo nevralgico che l’Europa rappresenta nella « situazione spirituale» del nostro tempo”.

Questa bella espressione, come categoria di analisi del nostro tempo, ci consente di collegare la endiade potestas/auctoritas alla endiade sacro/profano : “ in origine, ogni delimitazione dello spazio è un’operazione  sacra. Il sacro non è il mysterium tremendum di Rudolf Otto. Il sacro è, al contrario, l’epitome dell’Ordine in quanto ambito circoscritto, spazio recintato e inviolabile (il celebre «recinto del sacro»)” (p. 63). E qui che lo spazio incrocia e incontra Legge – Nòmos (vedi il filosofo del diritto Carl Schmit):  “la legge ordinatrice , [che ] implica – in quanto etimologicamente interconnesso con il verbo nehmen e il sostantivo Nahme (Schmit 1959) – una presa di possesso e delimitazione dello spazio” (p.63). Osserva, poi, con acume unita ad una forza filosoficamente programmatica: “ l’idea di confine reca in sé un’ambivalenza che, accanto al significato di margine ultimo, di linea terminale, richiama il senso della condivisione con un’alterità o un’estraneità esclusa. Il confine non è semplicemente limite, ma con-fine: limite con-diviso. Confine è, da un lato, linea di demarcazione e di separazione: il dio Terminus romano, che presiede alla delimitazione del territorio tramite le «pietre terminali». Dall’altro, però, esso implica una condivisione (…) si presenta in forma di ossimoro: barriera di contatto (…) co-appartengono due polarità antitetiche, l’interno e l’esterno dell’ordine. L’etimologia e la semantica del confine replicano, dunque, il tratto caratteristico della sacralità” (p. 64). Le sottolineature sono mie, e servono a sottolineare l’ardua opera che urge mettere in campo, ora, in questa parte di mondo, per indagare “sulla condizione presente e sul destino dell’Occidente e dell’Europa nell’era globale [che ] non può aver luogo se non lungo la linea di confine tra diversi linguaggi disciplinari: dalla storia alla sociologia, dalla psicologia alla linguistica, dall’economia all’antropologia culturale “ (p.61).  E quale è questo destino? Il suo presente e la sua direzione?

(Non potrò, purtroppo, ripercorrere dettagliatamente il lento, accurato e lungo scavare del filosofo Marramao (con l’invito pressante alla Lettura completa del saggio, spero di essere perdonato) e, ormai, la mia lettura saltellerà, rischiando certamente la perdita di profondità e di rigore scientifico).

Dalla semantica costitutiva della parola “confine” arriviamo alla distinzione tra la simbolica del confine e la simbolica della frontiera. “Sin dalle sue origini l’Europa si pone come paese della frontiera, non del confine, ed elabora un dispositivo simbolico che si presenta, in nuce, costitutivo della stessa idea di Occidente: idea coniata sin dai primordi in coppia con il suo alter ego Oriente. L’endiade Oriente/Occidente è un dualismo in tutto e per tutto interno all’Occidente. (…).  Il fatto che la Ragione occidentale sia inconcepibile senza  quella polarità interna e dunque chiama in causa la necessità del riferimento all’Altro, ai fini della propria autoidentificazione simbolica, conferisce all’atto di auto-ascritto del «primato» compiuto dall’Occidente, un significato che non è di mera supremazia gerarchica ma al tempo stesso, anche di inconsapevole dipendenza. Una dipendenza iscritta sin dalle origini nella natura speculare della relazione interna alla diade Oriente/Occidente. Questa costitutiva formazione storico-culturale-identitaria  fa formulare al grande Karl Jaspers (Origine e senso della storia-1949) parole e concetti come incompletezza e deficienza e la “fruttuosa domanda relativa all’Oriente: cosa troviamo lì che ci completa? Che cosa in esso è diventato reale, è diventato verità, e noi invece ci siamo lasciati sfuggire? Quale è il prezzo del nostro primato?” (p. 71). Più in là, Jurgen Habermas  parlerà e scriverà di una “incompiutezza del Progetto moderno” ed arriverà a formulare la definizione di «Occidente diviso». Senza dimenticare l’altro canto di stampo weberiano, “che descrive il processo di razionalizzazione e disincantamento del mondo, dalla prospettiva di un «Occidente» inteso come singolarità che si universalizza irradiandosi a tutte le altre culture” (p.73). Colpisce e fa (dovrebbe) far riflettere questa differenza profonda di visione.  Forse – se riuscissimo a tacitare l’insopportabile vociare che dalle televisioni ora tracima sul web, contro cui nulla può fare i “normali” sistemi formativi scolastici –  è a queste visioni del nostro essere tempo e spazio, che dovremmo tornare, non dico con la pretesa di dettare “verità” (peraltro antistoriche), ma almeno per la forza del desiderio a capire, comprendere, scegliere e ri-scegliere instancabilmente il / i destini. Osserva Marramao: “[alla prospettiva weberiana  opponendosi quella di Jaspers ] la cristallizzazione Oriente/Occidente  costituisce oggi il principale ostacolo culturale alla comprensione dei due principali epicentri del conflitto globale: la minaccia antiglobalista del fondamentalismo islamico e la globalizzazione alternativa prospettata dall’ideologia «geo-economica» (prima ancora che geopolitica) dei cosiddetti «valori asiatici»” (p. 74). E suggerisce un lavoro interno e di lunga lena: scomposizione degli interni della coppia, per giungere alla scoperta del “politeismo dei valori e del multiverso delle visioni del mondo (…)  esistono più «Orienti» e più «Occidenti» (p.74); e la  improponibiltà, da una parte, della “associazione biunivoca della cristianità all’Europa” (Novalis), dall’altra, la presa d’atto che  “negli intrecci interculturali del mondo globalizzato, abbiamo ormai tanto un Islam nell’Occidente quanto un Occidente nell’Islam” (p. 74).

Ancora, torniamo a concentrarci su Europa e sulla ricerca del Tertium. La forma embrionale della sua autocomprensione, che non coincide con la genesi storica effettuale – osserva Marramao – sta nel considerarsi (vedi Erodoto, Platone e Aristotile) “un’appendice, una propaggine peninsulare che si è staccata dalla sua originaria matrice asiatica, proiettandosi verso l’avventura dell’eccentricità e della marginalità. In nessun caso si intende come «Paese del centro». Il suo protendersi verso il Fuori  è pretesa di egemonia, non di centralità. (…) La sua cifra simbolica è la polivalente mobilità della frontiera, non l’ambivalente stabilità/instabilità del confine” (p. 75).  Di qui muove anche “la metafora delle navigazione di Odisseo” e anche “la platonica nave della polis” . Ma – e mi pare sia il monito di Marramao agli europei contemporanei – mai bisognerà dimenticare “ il fatto che le due traiettorie più influenti della tradizione occidentale, rappresentate da Atene e Gerusalemme, dalla grecità e dall’ebraismo, scaturiscono da una traumatica cesura con la matrice egizia” (p. 74). Con quel che ne seguirà:  con Erodoto, la “definizione contrastiva dell’identità europea” (I Greci rispetto ai  «Barbari», il démos /popolo della Grecia, rispetto alla massa e al dominio dispotico degli orientali); con Aristotile, la definizione della politica, “come attività propria dell’uomo – zòon politikòn – che può aver luogo solo nello spazio della pòlis , fuori del quale non può vivere nessun umano, ma solo una bestia o un dio” (p. 76).

Ma il mondo classico – ci ricorda Marramao – ci ha inviato una eredità molteplice: “ due distinti modelli di città, con i concetti di pòlis e di civitas (…) che affondano le radici in due diversi paradigmi di «città»: l’uno fondato sulla priorità della dimensione della pòlis, come una totalità autofondata cui il cittadino appartiene; l’altro sull’idea della civitas come entità dinamica risultante dalle relazioni fra i cives. Se nel modello greco di città non si danno cittadini senza il presupposto olistico della pòlis, nel modello latino non si dà civitas , senza il presupposto relazionale delle pratiche che i cittadini istituiscono fra di loro” (p.77).

Può anche capitare che il lettore (anche quello ‘diligente’) si smarrisca di fronte a delle sottigliezze semantiche, di cui gli sfuggono le conseguenze pratiche. Ebbene, interviene subito Marramao: “le decisive implicazioni di questa biforcazione paradigmatica [ oltre le tradizioni occidentali del repubblicanesimo e del patriottismo costituzionale]  rivelano che  tra le cause principali della decadenza della grande civiltà della pòlis va ricercata nell’inesorabile tendenza entropica indotta dal «mito dell’autoctonia»: dall’interdetto a contemplare l’apertura della cittadinanza agli stranieri” (p. 80). Ed eccoci che ci troviamo scaraventati nelle dinamiche (e persino nello scontro politico-sociale) della nostra dura quotidianità.

Il filosofo Marramao, ci perdonerà se – volendo, come egli stesso desidera, “proiettare le implicazioni di questi lontani presupposti sulla costellazione del nostro presente” (p. 80), facciamo ora un bel salto verso l’ultima parte della sua indagine e torniamo a delineare i caratteri e le conseguenze dello “spazio globale, tra uniformazione e diaspora”: in questi nuovi contesti incroceremo anche lo spazio ed il ruolo, il presente e il futuro del Tertium europeo.

L’affresco, complicato, che riempie le nostre giornate è – a grandi pennellate- il seguente (citeremo sempre Marramao, quasi alla lettera):

  • Il locale non è più territoriale, nel senso della spazialità euclidea, non è una sezione o un sottosistema del globale, ma la sua
  • Dentro la piega i movimenti posti in atto dalle «comunità diasporiche» producono talora soglie di resistenza e di controffensiva improntate a un’ossessione identitaria prossima al fondamentalismo.
  • Ma lo stesso fenomeno del fondamentalismo (o meglio: dei fondamentalismi) non è un retaggio del passato o della tradizione (che i fondamentalismi puntualmente inventano o reinventano), ma un evento moderno.

Avendo sullo sfondo questo affresco, la tesi politica e geo-politica è questa: “Alla tenaglia costituita dai due modelli opposti di globalizzazione – il modello individualistico-competitivo del colosso americano (Stati Uniti in primis) e il modello paternalistico-comunitario del colosso asiatico (Cina in primis) – l’Europa è chiamata a fornire una sua autonoma risposta (…). Di elementi vitali di questo tertium (…) l’Europa già dispone del ricco bagaglio culturale della propria storia: l’idea di un individuo non isolato e competitivo,  ma relazionale e solidale” (p. 91). E qui Marramao cita un antico poeta – John Donne, della Meditation XVII – No man is an Island /Nessun uomo è un isola; anzi, di più: offre l’intera, famosa  pericope come incipit al suo saggio; fino alla fatidica espressione: “Perciò non mandare a chiedere per chi suona la campana, essa suona per te”.

Ma quale Europa? Chi e cosa di/in Europa, si metterà sulle spalle, nel pensiero e nei ‘cuori’ (poi anche nella Politica) questo compito di essere/farsi Tertium nello spazio globale? Le ultime pagine della sua indagine si trasforma, dunque, in un quasi programma politico; scrive: “Un’ Europa meno prigioniera dei vincoli finanziari e tecno-burocratici e capace di tradurre in politica questo potenziale di pensiero e di cultura potrebbe oggi svolgere una funzione preziosa nello spazio non euclideo, insieme interdipendente e policentrico, del mondo globalizzato” (p. 91).Come? “Valorizzando la novità del suo assetto istituzionale multilivello, che non trova riscontri in alcuna delle forme politiche finora conosciute, L’Unione Europea potrebbe indicare anche ad altri paesi la prospettiva di un costituzionalismo globale (…). L’idea del superamento della logica verticale della Sovranità” (p. 92). Certamente, ma non questa Unione. Non si potrà pretendere dal filosofo della politica l’indicazione delle riforme necessarie ( precisamente quelle del modello istituzionale e decisionale dell’attuale Unione europea), ma il suo messaggio è certamente non solo ben fondato in solidissime coordinate di Pensiero, è attuale (odierno!)  e ben  mirato. C’è una grande ed urgente azione di metanoia –cambiamento di mentalità – che riguarda l’insieme del complesso formativo e culturale di questa Europa.  Marramao – riprendendo le fila della lunga indagine –  enumera:

  • Il concetto di civitas come rimando a un’idea allargata e post-statuale di cittadinanza;
  • Eliminazione della categoria di straniero (cf. il momento topico nella Constitutio Antoniniana e il suo punto di approdo in Giustiniano);
  • Riprendere il filo interrotto del discorso intorno alla cittadinanza in un tempo segnato dal progressivo declino della forma –Stato moderna. A fronte delle sfide globali la nozione di civitas appare così più adeguata della nozione classica di pòlis e di quella moderna di Stato-nazione , per venire a capo della contraddizione irrisolta della democrazia moderna. Ancor più della democrazia europea, sovra (post) nazionale.

Ora posso – anzi devo, come da impegno – riprendere la citazione iniziale di Marramao, che avevo lasciato incompleta e sospesa. Giacomo Marramao, distinguendo tra condizioni oggettive ( che egli ritiene essere propizie)  e condizioni soggettive ( sulle quali così si esprime: “mai come oggi le condizioni soggettive dei politici e dei gruppi dirigenti europei sono apparse così inadeguate a tale compito e incapaci a cogliere i segni dei tempi”), aggiungeva:  E tuttavia ….”, per poi continuare:  “E tuttavia, per concludere ancora con una citazione classica, tratta non per caso dal più celebre testo latino sull’ira: in omni servitute apertam libertati viam (Seneca, De ira, 3,15)*.

 (* difronte alla difficoltà di un contesto, quasi di prigionia, Seneca, nel De Ira, scrive: ostendemus in omni servitute apertam libertati viam– mostriamo una strada di libertà aperta a tutti gli schiavi).

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