Negli ultimi anni, alcune frange del Cristianesimo hanno iniziato a invocare Dio per sostenere ideologie reazionarie, in Russia, come negli Stati Uniti e in Italia. Dalla proclamazione della “guerra santa” di Kyrill al sostegno evangelico al trumpismo, si profila un “altro Evangelo”, radicalmente divergente dal messaggio di Gesù.
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Il Concilio di Nicea (325 d.C.), a 1700 anni dalla sua convocazione, segna un punto di svolta teologico: la fede cristiana proclama l’unità sostanziale tra Gesù e Dio, sancendo così un’irreversibile distinzione dall’Ebraismo e dalle tradizioni religiose del mondo antico. Un nodo ancora attuale, che interpella oggi le Chiese sul linguaggio della fede e sul suo rapporto con la storia.
Il Censimento 2022 fotografa un Brasile sempre più pluralista dal punto di vista religioso: i cattolici, pur essendo ancora la maggioranza, scendono al minimo storico (56,7%), mentre crescono evangelici e “senza religione”. In forte aumento anche l’Umbanda e il Candomblé, tradizioni afro-brasiliane segnate da storiche discriminazioni. I dati evidenziano la trasformazione in atto ma mancano ancora dettagli sulle suddivisioni interne ai gruppi.
Le Chiese cristiane in Europa hanno impiegato decenni per adattarsi alla democrazia, con un’accelerazione soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale.Tuttavia, oggi, una parte crescente dell’opinione pubblica occidentale sembra sfidare il modello democratico, preferendo soluzioni populiste, che – se non associabili del tutto ai totalitarismi – pendono comunque verso una certo tipo di “democratura”. E le reazioni delle Chiese a questa tendenza sono piuttosto ambigue.
Il testo si presenta come una rassegna piuttosto dettagliata dell’atteggiamento che i cristiani hanno avuto nei confronti dell’uso della violenza e delle armi sia in guerre contro nemici esterni che in ribellioni interne.
Il conflitto militare avviato il 7 ottobre 2023 dall’attacco del Movimento di resistenza islamico (Hamas) contro lo Stato ebraico, tra i molti altri e anche più gravi effetti, quello di diminuire sensibilmente in quelle zone, e quasi azzerarla, la presenza cristiana.
La ripresa del conflitto israelopalestinese dal 7 ottobre scorso s’innnesta in una spirale di odi e risentimenti reciproci che sta infettando le vocazioni autentiche dell’ebraismo e dell’islam. Oltre al numero enorme di vittime, feriti e sfollati, il suo lascito malato è l’ulteriore benzina fornita ai fondamentalisti delle due parti, idolatri rabbiosi votati alla narrativa della paura e della violenza sistematica.
Intervistiamo Wasim Almasri, palestinese, direttore dei programmi dell’Alleanza per la pace in Medio Oriente (Allmep), una coalizione di oltre 170 organizzazioni che mirano alla cooperazione interpersonale, all’uguaglianza, alla società condivisa, alla comprensione reciproca e alla pace tra le loro comunità.
Le proteste nei campus statunitensi stanno mettendo in evidenza le diverse spaccature della società americana. Una situazione le cui conseguenze potrebbero riverberarsi sulla tornata elettorale di novembre.
Oltre il dolore, la speranza congiunta di palestinesi e israeliani
Ogni anno, le organizzazioni Combatants For Peace e dal Parents Circle-Families Forum organizzano una cerimonia congiunta israelo-palestinese con l’intento di dare un’opportunità – pressoché unica – per israeliani e palestinesi di piangere insieme ed essere uniti nel chiedere la fine dello spargimento di sangue.
