di Sabino Cassese. Giurista e accademico italiano, giudice emerito della Corte costituzionale. Giurista e accademico italiano e giudice emerito della Corte costituzionale,…
economia
Il piano massiccio di investimenti del duo Trump-Kushner indirizzati a risollevare l’economia palestinese, ormai prossima al collasso. Sviluppo e prosperità economica sono una condizione necessaria ma allo stesso tempo un’azione di mediazione volta a risolvere il conflitto non può prescindere da una soluzione politica “a due stati”, che gli Stati Uniti hanno sempre sostenuto e che in questi ultimi mesi hanno decisamente contraddetto.
«Tutto ciò che ha un prezzo, ha poco valore» ha scritto Nietzsche nello “Zarathustra”, eppure il denaro è il principale metro con cui si valutano beni di consumo e perfino valori. Ma come sarebbe il mondo se…
di Marco Mazzoli (professore di politica economica all’Università di Genova)
Le decisioni di Trump di imporre dazi doganali sulle interpretazioni non sono una semplice scelta di politica economica, ma vanno inquadrate nel più generale contesto geo-politico. La prima conseguenza dei dazi sulle importazioni è che anche altri Paesi adottino a loro volta dazi come contromisura, con la possibilità di riduzione del Pil mondiale.
di Marco Mazzoli (professore di Politica economica, Università di Genova)
A sessant’anni dai trattati di Roma, si continua a discutere del “deficit democratico” dell’Unione europea, che purtroppo non è ancora riuscita a mettere in pratica il modello classico di democrazia: un governo federale democraticamente eletto che risponde del proprio operato a un’opinione pubblica europea.
di Marco Mazzoli (professore di Politica economica, Università di Genova)
Il Transatlantic Trade and Investment Partnership è costituito da una serie di negoziazioni di trattati commerciali, condotti prevalentemente in segreto tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America, con la motivazione ufficiale di «ridurre le barriere commerciali» tra Unione europea e Stati Uniti. Già il fatto che i contenuti della negoziazione, i suoi contorni e i suoi obiettivi siano segreti è di per sé inaccettabile per una democrazia rappresentativa (teoricamente dovrebbe esserlo anche l’Unione europea e, teoricamente, dovrebbero essere democratiche le sue istituzioni) e richiama, nel metodo, i trattati segreti tra le monarchie assolute, dove i governanti guidano sudditi e non cittadini.
Soprattutto, questa assenza di trasparenza non è certamente saggia in una fase in cui le istituzioni europee non godono esattamente di grande popolarità. Una forte impostazione ideologica già caratterizza l’architettura istituzionale dell’Unione europea, che prevede una moneta unica, non solo senza una politica fiscale “federale” europea, ma, per di più, senza il minimo coordinamento né la minima armonizzazione tra le politiche fiscali nazionali.
Julian Nida-Rümelin DEMOCRAZIA E VERITÀ Franco Angeli, 2015 128 pagine, 17 euro In democrazia bisogna rinunciare alla verità pur di garantire la…
di Marco Mazzoli (professore di Politica economica all’Università di Genova)
Il 2016 si è aperto in un clima di inquietudine, tra emergenze umanitarie, conflitti sempre più drammatici (non più solo nel martoriato Medio Oriente) e preoccupazioni di carattere economico, legate al crollo della borsa cinese: un fatto molto rilevante per l’economia globale, dato che il Pil cinese rappresenta oltre il 13% del Pil mondiale. Nel 2016 i fattori geopolitici potrebbero influire sull’economia mondiale molto più di quanto sia avvenuto in tempi recenti. Partiamo dalla Cina. Il crollo della borsa è stato preceduto, nei mesi passati, da numerosi segnali di rallentamento della crescita cinese: il nuovo dato della Bank of China, che ha rivisto la sua previsione di crescita per il 2016 al 6,8%, è in calo sia rispetto alla precedente previsione (6,9%) che rispetto ai dati dell’inizio del 2015, attestati intorno al 7%. Dopo che nel luglio 2015 si era registrato un rallentamento delle esportazioni, in agosto le autorità monetarie cinesi hanno svalutato lo yuan. Ovviamente, lo scopo era quello di sostenere le esportazioni e, di conseguenza, la crescita del Pil.
Tuttavia è importante osservare le modalità inusuali con cui tale misura è stata messa in atto: se, in generale, questo tipo di decisioni sono implementate dalle autorità in modo rapido e drastico, nell’arco di poche ore, la svalutazione dell’agosto 2015 è stata effettuata a diverse riprese, nell’arco di più giorni.
di Marisa Patulli Trythall
Quasi tutti gli articoli del dossier «Religioni ed economia» (pubblicato da Confronti nel settembre scorso) hanno suscitato in me commenti, pensieri, ricordi, curiosità, interesse per un’esposizione particolare, originale, del tema trattato e mi sono interrogata a lungo sul tipo di approccio che avrei personalmente utilizzato o che avrei desiderato leggere. Ho certamente apprezzato la presentazione, che tratteggia molto efficacemente il globale senso di disorientamento che, forse, in tutto il mondo si prova. Certamente ciascuno in modi, intensità e condizioni socio-economiche diverse. Si parla di «religioni che vogliono valere» e di sistemi economici che producono «valore». Viene lanciato insomma un macigno in uno stagno, imbevendo tutti coloro che lo leggono, lo ascoltano e osservano, di una pioggia di significati, di termini politici, economici, religiosi che coprono l’arco della storia a noi nota.
Riceviamo e volentieri pubblichiamo queste riflessioni di Mario Campli sul numero di Confronti di settembre dedicato a religioni ed economia
Come abbonato e lettore della nostra rivista (durante il suo ricco percorso: COM, Com-Nuovi Tempi e poi Confronti) ci tengo ad esprimermi su questo numero, per la serietà dell’operazione culturale compiuta; non scontata e non semplice in questo tempo di sovrabbondante concitazione sulle problematiche economiche e sul ritornato ruolo delle religioni. Ecco, quindi, il motivo prioritario per cui tengo ad intervenire: il Quaderno è un utile abbecedario su ambedue i termini della relazione. Dopo aver ascoltato anche le relazioni (nel corso della presentazione che si è tenuta il 23 ottobre al Salone dell’editoria sociale di Roma), la mia lettura del Quaderno parte, volutamente ed esplicitamente, da questo interrogativo: «È possibile un cambiamento della cultura economica?» ( titolo del saggio di Roberto Schiattarella).
Caro direttore, partire da qui richiede un approccio analitico (necessario, per chi parla di economia) e non ideologico (doveroso, per chi parla di religione) e responsabile, nel senso di rispondere a chi legge o ascolta o con te riflette e si interroga con la tensione del cambiamento. Spesso, al contrario, ho la sensazione che proprio il critico radicale non abbia questo obiettivo, o lo abbia ormai accantonato.
