di Felice Mill Colorni
Così com’è strutturata, l’Unione europea è un’aggregazione male assortita di Stati nazionali privi di reale sovranità. Allo stesso tempo, però, anche l’Europa nel suo assieme manca di sovranità, non dimostra la volontà di andare verso un vero federalismo europeo e continua così a contare poco sul piano internazionale.
C’è poco da fare. A livello statale non è più possibile nessuna forma di autodeterminazione democratica. O la politica europea si dota di strumenti di decisione democratica a livello europeo, o la democrazia non può più funzionare. Prima lo si capirà e meno disastrosi saranno gli effetti sull’idea stessa di democrazia. La sovranità nazionale non esiste più, e non è comunque più uno strumento adeguato alle sfide del nostro tempo. La lista Tsipras, qualunque cosa se ne pensasse, era parsa a molti portatrice di un’alternativa politica radicale alle politiche economiche prevalenti in tutta Europa.
economia
Come ogni settembre, Confronti propone ai suoi lettori un numero monografico. Il tema di quest’anno è «Religioni ed economia». All’interno di questo articolo, potrete trovare l’elenco degli autori che hanno scritto per noi sull’argomento.
presentazione di Claudio Paravati
Il mondo è «upside down», a testa in giù, se pensiamo che nel 1939 si cantava in Italia il singolo di successo Mille lire al mese, col suo carico di speranza (…malriposta, data l’imminenza della guerra), dieci anni dopo la grande crisi del 1929, che aveva traumatizzato il sistema economico mondiale basato fino ad allora sulla fiducia in una crescita illimitata. Il mondo è «upside down», a testa in giù, se pensiamo che alcuni decenni dopo, negli anni Novanta del secolo scorso, si cantava «Se avessi un milione di dollari» (If I had a million dollar): senz’altro era cambiato il potere d’acquisto, questo è sicuro. Eppure è un mondo che faceva – e fa tuttora – i conti «con i conti»: la crisi del 2008, ancora in atto, ha messo nuovamente in ginocchio l’ideologia della produzione illimitata, della «mano invisibile» del mercato, che tutto avrebbe dovuto regolare. Più realistica allora ci sembra un’altra canzone italiana degli anni Novanta che recitava con una certa rassegnazione «con un deca non si può andar via»…
di Brunetto Salvarani (teologo, direttore di CEM Mondialità e di Qol – curatore del dossier “Religioni ed economia” assieme al direttore di Confronti, Claudio Paravati)
«Dovremo adattarci ad avere meno risorse. Meno soldi in tasca. Essere più poveri. Ecco la parola maledetta: povertà. Ma dovremo farci l’abitudine. Se il mondo occidentale andrà più piano, anche tutti noi dovremo rallentare. Proviamoci, con un po’ di storia alle spalle, con un po’ d’intelligenza e d’umanità davanti» (Edmondo Berselli, L’economia giusta, 2010).
La crisi finanziaria ed economica scoppiata nel 2008 e le successive difficoltà di quelle economie occidentali che fino a tempi recenti sembravano prosperare ci hanno costretto a riaprire un’agenda che sembrava definitivamente chiusa con la definitiva vittoria del capitalismo e la contestuale catastrofe dei sistemi del cosiddetto «socialismo reale». La cosa ha spinto fra l’altro diversi autori a mettere a tema le questioni economiche, la loro fragilità e il loro rapporto con i sistemi religiosi…
di Paolo Ferrero – La disoccupazione è il principale problema dell’Italia. Milioni di disoccupati, di precari e sottoccupati, di persone che hanno smesso di cercare lavoro. Poco meno di dieci milioni di persone non riescono ad avere un lavoro, non dico soddisfacente, ma semplicemente che gli permetta di vivere decentemente. Il governo dice che per uscire da questa situazione occorre abbassare le tasse sul lavoro, in modo da rendere più competitive le imprese e quindi aumentare l’occupazione. La cosa che non dice il governo è che la bilancia dei pagamenti è in attivo e cioè che l’Italia esporta più merci di quante ne importi. Questo significa che l’industria italiana riesce a stare decentemente sul mercato mondiale e che il problema non viene principalmente da lì.
di Giulio Marcon – La manovra economica di Letta non aiuta l’economia, sempre più in crisi, e non va incontro alle esigenze della parte più sofferente del paese. Non è equa, non crea lavoro, non prevede un piano di risorse per il welfare ed è in linea con l’agenda europea dell’austerità che in questi anni ha già dimostrato di non funzionare. Per ridurre il debito – non avendo il coraggio di tagliare le spese militari e quelle delle grandi opere, delle auto blu, delle consulenze – la ricetta è nota e pericolosa: dismissioni e privatizzazioni del patrimonio pubblico, tagli alla pubblica amministrazione, riduzione (nella forma della razionalizzazione delle spese) dello Stato sociale.
Già presidente di Lunaria e portavoce della campagna «Sbilanciamoci!», lo scorso febbraio Marcon è stato eletto alla Camera dei deputati nelle liste di Sinistra ecologia e libertà.
«Le origini di questa crisi sono legate a quello che è successo nel 2008 (mutui subprime, derivati e processo di finanziarizzazione dell’economia a livelli sempre più insostenibili), ma le cause vanno ricercate anche più indietro, nella costruzione dell’economia basata essenzialmente sul debito. Se poi si va a parlare con quei pochi industriali rimasti in Italia che ancora riescono a gestire delle piccole, medie o anche grandi aziende, ci rispondono tutti la stessa cosa: il problema è l’euro».
Nostra intervista a Loretta Napoleoni, esperta di terrorismo ed economia, consulente del think tank «Fundación Ideas» e socia di Oxfam Italia. Ha insegnato etica degli affari alla Judge Business School di Cambridge e conduce seminari in diverse università internazionali. Il suo ultimo libro si intitola «Democrazia vendesi» (Rizzoli, 2013).
Una grande mobilitazione che ha coinvolto oltre cento organizzazioni che operano nel sociale per chiedere al governo una svolta nelle politiche di…
Crisi economica e crisi della democrazia si alimentano reciprocamente: l’aumento delle disuguaglianze, in cui il liberale Keynes avrebbe probabilmente visto la causa…
