Da tempo, sul dilagante fenomeno della xenofobia che investe l’Europa, esponenti religiosi hanno esternato la necessità di rimeditare sul significato dell’essere cristiani.
Europa
di Claudio Paravati
Come ogni settembre, Confronti si presenta in veste di numero speciale monografico. Il tema di quest’anno è “Religioni e politica nell’Europa post-secolare”. All’interno: la presentazione del direttore e il link con il sommario degli articoli e un “assaggio” del numero.
Roma – ex Sala Consiliare – Piazza della Marranella
Mercoledì 14 settembre 2016 – ore 17
Incontro con Luca Meldolesi sui nuovi percorsi di sviluppo locale
di Felice Mill Colorni
Non si tratta soltanto del Regno Unito, che forse è sul punto di non esserlo più. E non si tratta soltanto dell’Unione europea, che forse è destinata a non esserlo mai.
di Maria Paola Nanni
(Centro studi e ricerche Idos)
Le contraddizioni e le inefficienze del meccanismo previsto dal Regolamento Dublino. Le norme dell’Ue in materia di diritto d’asilo sono del tutto inadeguate a fronteggiare la crisi in corso e a garantire accoglienza e tutela a chi fugge in cerca di protezione.
L’eccezionale afflusso di persone in fuga, in cerca di sicurezza e protezione, che preme ai confini dell’Unione europea e attraversa i suoi territori, lungo rotte continuamente ridefinite dagli stessi indirizzi di governo dei paesi interessati (sbarrate da reti metalliche e filo spinato e poi ri-avviate da passaggi che ora si aprono ora si chiudono, sulla falsariga dei delicati equilibri politici dell’eurozona), sta segnando un’epoca, la nostra. Ma di che segno si tratta?
Senza dubbio, siamo di fronte a uno scenario “inedito”, tanto in termini qualitativi che quantitativi, che chiama le istituzioni nazionali e comunitarie a una sfida che, però, si trascina ormai da anni, spostandosi nei suoi risvolti più drammatici da una frontiera all’altra, da un muro all’altro, da Lampedusa a Ventimiglia, da Lesbo a Idomeni. E questo senza che nel frattempo si siano sviluppate risposte adeguate ed efficaci, a partire dal piano normativo e dalla sua fondamentale funzione di regolazione.
Nella mattinata del 22 marzo abbiamo appreso, sgomenti, la notizia dei tremendi attentati che all’aeroporto e nella metropolitana di Bruxelles hanno provocato oltre trenta vittime e duecentocinquanta feriti.
Senza poter addentrarci, ora, in un’analisi approfondita dei tragici eventi, vogliamo esprimere – insieme naturalmente al cordoglio per le vittime – la nostra totale condanna per la strategia della morte e del terrore portata nel cuore dell’Europa (nella capitale belga hanno sede, infatti, le massime istituzioni dell’Ue) da terroristi collegati con il cosiddetto Califfato dell’autoproclamatosi Stato islamico.
Dopo quanto è accaduto, ancora più determinato è il nostro impegno ad unirci a tutti coloro che si battono per contrastare il terrorismo e le sue radici, ovunque esso si manifesti, e chiunque lo promuova; per difendere la democrazia; per costruire un’Europa libera, solidale, giusta e accogliente; per vigilare contro ogni forma di discriminazione, razzismo e xenofobia.
di Ugo Melchionda (presidente del Centro studi e ricerche Idos)
Che ne è dell’accordo di Schengen, uno dei cardini della Costituzione dell’Unione europea, che prevede(va) la libera circolazione dei cittadini europei dal suo punto più a nord (Nuorgam, Finlandia) al suo punto più a sud (Akrotiri, Cipro) e dal suo punto più a ovest (Fajã Grande, Azzorre, Portogallo) al suo punto più a est (Ayia Napa, Cipro)?
Negli ultimi mesi abbiamo assistito e stiamo ancora assistendo ad un effetto domino che sembra inarrestabile: la Svezia ha ripristinato i controlli alla frontiera con la Danimarca, che a sua volta ha reintrodotto i controlli ai confini con la Germania; questa ha introdotto controlli ai confini con l’Austria, che ha chiuso le frontiere e sospeso i treni di migranti provenienti da Ungheria; quest’ultima ha costruito un muro al confine con la Slovenia; la quale, riportano i media, sta valutando l’idea di munirsi di barriere protettive sul confine con la Croazia; paese con il quale l’Italia è allertata (da zelanti giornalisti) a chiudere le frontiere, mentre la Francia, che aveva già temporaneamente ripristinato più volte i controlli alla frontiera con l’Italia sembra pronta a rifarlo al minimo cenno di crisi. Per non parlare della Gran Bretagna.
di Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’Archivio Disarmo
Quando si tratta delle tensioni in atto nel mondo, si rimane sorpresi della scarsa o nulla memoria storica circa le vicende che le hanno precedute e causate. Quasi in modo inaspettato i governi e l’opinione pubblica assistono da un lato all’espansione delle crisi mediorientali, dall’altro a nuove tensioni tra Mosca e Washington. Eppure le premesse e i segnali di tutto questo erano evidenti da tempo. La crisi del Medio Oriente affonda le sue radici negli accordi anglo-francesi del 1916 per spartirsi in futuro i territori sottratti all’Impero ottomano. Lo spezzettamento dell’area, la conflittualità israelo-palestinese, le tensioni insolute e la “geopolitica del caos” hanno creato le condizioni per un’instabilità sempre più grave ed allargata, evidenziando come la superpotenza superstite, gli Stati Uniti, in realtà non possa ergersi ad arbitra di un mondo multipolare e in profonda trasformazione. L’esportazione della democrazia con le baionette fallisce. Gli interventi militari occidentali prima in Afghanistan, poi in Iraq, infine in Libia, invece di essere risolutivi, precipitano tali paesi e quelli vicini in situazioni drammatiche, mentre l’Onu viene progressivamente emarginata.
di Felice Mill Colorni
Così com’è strutturata, l’Unione europea è un’aggregazione male assortita di Stati nazionali privi di reale sovranità. Allo stesso tempo, però, anche l’Europa nel suo assieme manca di sovranità, non dimostra la volontà di andare verso un vero federalismo europeo e continua così a contare poco sul piano internazionale.
C’è poco da fare. A livello statale non è più possibile nessuna forma di autodeterminazione democratica. O la politica europea si dota di strumenti di decisione democratica a livello europeo, o la democrazia non può più funzionare. Prima lo si capirà e meno disastrosi saranno gli effetti sull’idea stessa di democrazia. La sovranità nazionale non esiste più, e non è comunque più uno strumento adeguato alle sfide del nostro tempo. La lista Tsipras, qualunque cosa se ne pensasse, era parsa a molti portatrice di un’alternativa politica radicale alle politiche economiche prevalenti in tutta Europa.
di Patrizia Larese
Sul volo per Corfù due giovani sposi, seduti accanto a me, mi raccontano che stanno tornando a casa dopo aver trascorso alcuni giorni a Roma. Sono molto contenti della vacanza e della loro situazione. Si ritengono fortunati in un periodo difficile come l’attuale. Entrambi hanno un lavoro: lei è tecnico in una piccola impresa, lui cassiere in un supermercato. Si considerano dei privilegiati rispetto ai loro coetanei, hanno avuto la possibilità di questa breve vacanza a Roma però, nonostante i sorrisi, sento nelle loro parole un senso di insicurezza perché, spiegano, vedono un futuro incerto e molto instabile. Quando chiedo la loro opinione sul governo Tsipras rispondono che non sanno cosa pensare e che attendono quello che succederà a breve.
Dialogando con altre persone, ho l’impressione di trovarmi di fronte ad un popolo stanco e rassegnato. La gente intervistata riferisce di sentirsi vessata da anni da una politica di austerità che li ha costretti in ginocchio e che ha ridotto molti di loro in miseria. Il numero dei cittadini sotto la soglia della povertà, cioè con reddito inferiore ai 5mila euro l’anno, è calcolato sui tre milioni di persone (su una popolazione di circa 11 milioni di individui).
