L’offensiva di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra a Gaza hanno prodotto un’ondata globale di intolleranza (antisemita ma anche islamofobica) senza precedenti nell’ultimo decennio.
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Dopo Gaza, le Chiese sono chiamate a riflettere sul proprio ruolo: pregare, aiutare e ricostruire, pur nella loro limitatezza e con la consapevolezza di non essere fuori dalla colpa di questa Storia. Un’altra sfida, inoltre, è tenere vivi la fede e il dialogo contro ogni antisemitismo e antiislamismo.
Dalla retorica delle similitudini storiche agli eufemismi più estremi, il governo Netanyahu utilizza un linguaggio che plasma la percezione del conflitto a Gaza. Paragoni con l’11 settembre, Pearl Harbour e persino la Shoah mirano a legittimare scelte politiche e militari controverse. In questa “neo-lingua”, tra propaganda e censura, le parole diventano strumenti di potere e manipolazione.
In una stagione in cui troppe parole producono solo confusione e suonano insensate e retoriche, facciamoci promotori di un gesto che guarda al futuro nel linguaggio biblico della profezia, un minuscolo progetto concreto capace di anticipare un cambiamento necessario, assai più grande e oggi purtroppo irrealistico.
La pace smarrita in un mondo governato dalla “legge del più forte”
Angosciati dalla cronaca quotidiana di bombardamenti, avanzate e occupazioni militari che hanno raggiunto un’intensità e una frequenza sconosciute a chi è nato e cresciuto dopo la Seconda guerra mondiale, rischiamo di non cogliere una eccezionale novità geopolitica che si fa ogni giorno più concreta: la fine del multilateralismo e con esso di un ordine internazionale garantito e governato dalle Nazioni Unite.
Con la guerra a Gaza, il confronto tra Israele e Iran, e l’instabilità in Libano e Siria il rischio nucleare globale torna a crescere. Tra arsenali in espansione e trasparenza internazionale in calo, il possesso di armi nucleari modifica gli equilibri e le alleanze.
Se la storia è una chiave per comprendere il presente, lo stesso vale per il Medio Oriente e le sue trasformazioni dopo le guerre mondiali, l’egemonia americana, la rivoluzione iraniana e i conflitti contemporanei. Esistono cause profonde, interferenze esterne e strategie di potenza che influenzano ancora oggi la Regione e le contraddizioni geopolitiche attuali, tra Israele, Iran, Arabia Saudita e Stati Uniti, rivelano un equilibrio instabile alimentato da interessi globali e retaggi storici.
Il governo israeliano riapre i villaggi colpiti il 7 ottobre, mentre Netanyahu cavalca i “successi” contro l’Iran per rilanciarsi politicamente. Ma Gaza rimane in una situazione disperata, e – sebbene con qualche importante eccezione – la società israeliana fatica a guardare in faccia l’altra parte del conflitto.
Padre Gabriel Romanelli, parroco cattolico a Gaza, racconta la quotidianità surreale di una popolazione costretta a vivere tra bombe, fame e disperazione. La parrocchia della Sacra Famiglia da lui presieduta è diventata rifugio per centinaia di persone in una situazione sempre più catastrofica.
Oltre a un enorme costo in termini di vite umane, il conflittoIsraele-Hamas sta causando gravi ripercussioni economiche sia in Israele che nei Territori palestinesi, con un significativo aumento del deficit di bilancio e una contrazione del Pil diIsraele, insieme a una decrescita devastante dell’economia palestinese, in particolare a Gaza.
