La guerra di Gaza e la crisi della società israeliana fanno da sfondo alla nascita di A Place For Us All (“Un posto per tutti”), il nuovo partito arabo-ebraico che punta su una rappresentanza politica comune e paritaria alle prossime elezioni in Israele.
Israele
Con il nuovo partito arabo-ebraico A Place For Us All, nato in vista delle elezioni israeliane, previste entro il 27 ottobre, e attraverso diverse iniziative di attivismo, si promuove una visione fondata su uguaglianza, fine dell’occupazione e convivenza tra israeliani e palestinesi. Il partito vuole portare nello spazio politico un’alternativa sostanziale ai modelli oggi dominanti nel Paese.
Tra le tensioni dovute alle ricorrenze nazionali israeliane e la guerra in corso, cresce un movimento israelo-palestinese che prova a costruire dal basso un’alternativa fondata su pace, giustizia e convivenza.
La nuova legge israeliana sulla pena di morte per “terrorismo” – che di fatto colpisce esclusivamente i palestinesi – solleva interrogativi su disparità giuridiche, esclusioni sistemiche, uso politico della legislazione e sul progressivo spostamento del confine di ciò che è considerato “politicamente accettabile”.
Un viaggio a Tel Aviv durante l’Operazione Ruggito del leone racconta un Israele intrappolato in una guerra permanente che coinvolge sempre più direttamente gli Stati Uniti. Tra allarmi, ospedali sotterranei e tensioni regionali, emerge un Paese trasformato dalla logica dell’emergenza continua.
L’idea di un limite all’empatia viene spesso usata in Israele per giustificare l’indifferenza verso la sofferenza palestinese dopo il 7 ottobre 2023, ma Gaza, l’occupazione e i conflitti regionali fanno parte di un unico quadro che richiede la massima attenzione.
Le elezioni israeliane del 2026 si profilano come un vero banco di prova per il futuro del Paese. Secondo un’analisi di Chatham House, non si tratterà solo di scegliere un governo, ma di decidere il destino del contratto sociale tra Stato e cittadini. Cresce infatti la frustrazione dell’opinione pubblica (soprattutto tra i riservisti) nei confronti delle esenzioni dal servizio militare che riguardano circa 80mila giovani ultra-ortodossi, mentre il futuro di Gaza resta incastrato in un quadro “tecnocratico” – secondo la dicitura della Fase II del cosiddetto Trump Plan – che sembra offrire poche prospettive di reale sviluppo per i palestinesi.
Un recente sondaggio dell’Israel Democracy Institute rivela che il 27% delle persone con cittadinanza israeliana sta considerando l’emigrazione, soprattutto giovani, laici e profili ad alta mobilità. Più che una rottura identitaria, emerge un’incrinatura del rapporto di fiducia tra cittadini e Stato.
Israele e la “contro-aliyah” dei liberali: riflessioni di un pacifista
Un nuovo studio dell’Israel Democracy Institute che ha rivelato che il 27% delle persone con cittadinanza israeliana sta considerando l’emigrazione, con picchi del 39% tra gli ebrei non religiosi e del 60% tra i giovani laici.
In una stagione in cui troppe parole producono solo confusione e suonano insensate e retoriche, facciamoci promotori di un gesto che guarda al futuro nel linguaggio biblico della profezia, un minuscolo progetto concreto capace di anticipare un cambiamento necessario, assai più grande e oggi purtroppo irrealistico.
