La nuova legge israeliana sulla pena di morte per “terrorismo” – che di fatto colpisce esclusivamente i palestinesi – solleva interrogativi su disparità giuridiche, esclusioni sistemiche, uso politico della legislazione e sul progressivo spostamento del confine di ciò che è considerato “politicamente accettabile”.
Israele
Un viaggio a Tel Aviv durante l’Operazione Ruggito del leone racconta un Israele intrappolato in una guerra permanente che coinvolge sempre più direttamente gli Stati Uniti. Tra allarmi, ospedali sotterranei e tensioni regionali, emerge un Paese trasformato dalla logica dell’emergenza continua.
L’idea di un limite all’empatia viene spesso usata in Israele per giustificare l’indifferenza verso la sofferenza palestinese dopo il 7 ottobre 2023, ma Gaza, l’occupazione e i conflitti regionali fanno parte di un unico quadro che richiede la massima attenzione.
Le elezioni israeliane del 2026 si profilano come un vero banco di prova per il futuro del Paese. Secondo un’analisi di Chatham House, non si tratterà solo di scegliere un governo, ma di decidere il destino del contratto sociale tra Stato e cittadini. Cresce infatti la frustrazione dell’opinione pubblica (soprattutto tra i riservisti) nei confronti delle esenzioni dal servizio militare che riguardano circa 80mila giovani ultra-ortodossi, mentre il futuro di Gaza resta incastrato in un quadro “tecnocratico” – secondo la dicitura della Fase II del cosiddetto Trump Plan – che sembra offrire poche prospettive di reale sviluppo per i palestinesi.
Un recente sondaggio dell’Israel Democracy Institute rivela che il 27% delle persone con cittadinanza israeliana sta considerando l’emigrazione, soprattutto giovani, laici e profili ad alta mobilità. Più che una rottura identitaria, emerge un’incrinatura del rapporto di fiducia tra cittadini e Stato.
Israele e la “contro-aliyah” dei liberali: riflessioni di un pacifista
Un nuovo studio dell’Israel Democracy Institute che ha rivelato che il 27% delle persone con cittadinanza israeliana sta considerando l’emigrazione, con picchi del 39% tra gli ebrei non religiosi e del 60% tra i giovani laici.
In una stagione in cui troppe parole producono solo confusione e suonano insensate e retoriche, facciamoci promotori di un gesto che guarda al futuro nel linguaggio biblico della profezia, un minuscolo progetto concreto capace di anticipare un cambiamento necessario, assai più grande e oggi purtroppo irrealistico.
Si era formata, nei fatti negli anni trascorsi, una “malefica alleanza” fra Hamas, e Netanyahu, che resta l’artefice primo di una strategia rivolta da anni a separare Gaza e Cisgiordania, al fine di evitare un negoziato di pace che contempli la fine dell’occupazione e la nascita di uno Stato palestinese sovrano.
Padre Gabriel Romanelli, parroco cattolico a Gaza, racconta la quotidianità surreale di una popolazione costretta a vivere tra bombe, fame e disperazione. La parrocchia della Sacra Famiglia da lui presieduta è diventata rifugio per centinaia di persone in una situazione sempre più catastrofica.
Fermiamo l’odio, aiutiamo i costruttori di pace. Mini tour in Italia
Dal 12 al 15 maggio 2025 si svolgerà in Italia un mini tour di sensibilizzazione promosso dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) in collaborazione con il Centro Studi e Rivista Confronti, nell’ambito del progetto Fermiamo l’odio, aiutiamo i costruttori di pace.
