A venticinque anni dalla Risoluzione 1325 dell’Onu, i dati mostrano un mondo segnato da crescita di conflitti e violenze di genere, con le donne tra le principali vittime delle guerre contemporanee.
pace
A Roma la Barefoot Walk for Peace ha riunito donne israeliane e palestinesi impegnate nell’appello Mother’s Call, promosso dai movimenti Women of the Sun e Women Wage Peace. Camminando insieme a piedi nudi, le attiviste hanno chiesto la ripresa dei negoziati e una maggiore partecipazione femminile nei processi di pace nel conflitto israelo-palestinese.
Le guerre prolungate in Ucraina e Medio Oriente consumano grandi quantità di armamenti e riducono l’offerta globale, creando paradossalmente le condizioni per rilanciare politiche di controllo degli armamenti. In questo frangente, l’Unione europea dovrebbe cogliere questa fase per promuovere una strategia cooperativa di limitazione del riarmo.
L’idea di un limite all’empatia viene spesso usata in Israele per giustificare l’indifferenza verso la sofferenza palestinese dopo il 7 ottobre 2023, ma Gaza, l’occupazione e i conflitti regionali fanno parte di un unico quadro che richiede la massima attenzione.
Le politiche interne autoritarie e la proiezione esterna aggressiva degli Stati sono strettamente connesse e perciò vanno analizzate insieme. La costruzione della pace passa necessariamente da democrazia e rispetto dei diritti umani all’interno dei Paesi.
Un recente sondaggio dell’Israel Democracy Institute rivela che il 27% delle persone con cittadinanza israeliana sta considerando l’emigrazione, soprattutto giovani, laici e profili ad alta mobilità. Più che una rottura identitaria, emerge un’incrinatura del rapporto di fiducia tra cittadini e Stato.
Israele e la “contro-aliyah” dei liberali: riflessioni di un pacifista
Un nuovo studio dell’Israel Democracy Institute che ha rivelato che il 27% delle persone con cittadinanza israeliana sta considerando l’emigrazione, con picchi del 39% tra gli ebrei non religiosi e del 60% tra i giovani laici.
Frettolosamente archiviata la fastosa celebrazione della fine della guerra tra Hamas e l’Idf, ci ritroviamo di fronte allo scenario di una pace figlia di una guerra asimmetrica ma specularmente immorale, costruita senza giustizia.
La fine del diritto internazionale. Era stata l’utopia del secondo Dopoguerra: l’idea che una nuova governance sovranazionale potesse difendere la pace e risolvere i conflitti tra gli Stati ma che oggi, alla prova dell’attacco russo all’Ucraina e dell’occupazione israeliana di Gaza, mostra sepolcri imbiancati, burocrazie mute e impotenti.
In una stagione in cui troppe parole producono solo confusione e suonano insensate e retoriche, facciamoci promotori di un gesto che guarda al futuro nel linguaggio biblico della profezia, un minuscolo progetto concreto capace di anticipare un cambiamento necessario, assai più grande e oggi purtroppo irrealistico.
