Francesco Peloso, «La banca del Papa. Le finanze vaticane fra scandali e riforma», Marsilio, Roma 2015, 220 pagine, 16 euro. di…
papa
di Luigi Sandri
L’Assemblea che in ottobre (4-25) ha riflettuto sulla famiglia ha raggiunto alcune conclusioni aperte al futuro ma, su molti temi che hanno visto i «padri» divisi, ha confermato visioni pastorali arcaiche, respinte da molti cattolici. Il chiaroscuro del Sinodo accelera perciò la necessità di un nuovo e rappresentativo Concilio.
Sarà il tempo a dire se le conclusioni del Sinodo dei vescovi dedicato alla famiglia avranno portato pace e chiarezza all’interno della Chiesa cattolica romana, o se l’audacia su alcuni temi, la reticenza e le contraddizioni su altri, e l’armistizio su altri ancora – come la non esplicita ammissione alla comunione delle persone divorziate e risposate civilmente – riaprirà contrasti dottrinalmente irrisolti e dibattiti laceranti su problemi pastorali assai sentiti dalle persone direttamente interessate e dagli stessi parroci chiamati a «discernere caso per caso». E perciò papa Francesco, da una parte rinfrancato per alcuni «consigli» incoraggianti giuntigli da un’Assemblea consultiva che sembra aver compreso il suo leit-motiv sulla misericordia, ma anche reso pensoso per altri pesanti «no» o «ni», nella sua esortazione apostolica post-sinodale dovrà trovare una sintesi, aperta al futuro, tra le strade nuove imboccate e i problemi semplicemente rinviati e le parole attese ma non dette.
di Claudio Paravati e Luigi Sandri
Accolto con tutti gli onori all’Avana, dove ha salutato anche l’ex lider maximo Fidel Castro, Francesco ha implicitamente indicato ai cattolici – la metà dei cubani – la strada per aiutare il passaggio dallo status quo ad un paese rinnovato che dispieghi le sue potenzialità e garantisca libertà di esprimersi a tutte le sue anime.
Se dal punto di vista mediatico l’icona del pellegrinaggio di papa Francesco a Cuba è stata il suo incontro con Fidel Castro, a livello profondo la domanda sottesa che attraversava in filigrana discorsi e gesti del pontefice e quelli dei suoi interlocutori – presidente Raúl Castro, vescovi, religiosi/e, giovani – era sul «come» accompagnare nel modo migliore la transizione del regime cubano dallo status quo alla «cosa», per ora indecifrabile, che si imporrà a seguito del miglioramento delle relazioni con gli Stati Uniti d’America, e che prima o poi inevitabilmente comporterà la fine del bloqueo (l’embargo che dura dal 1961, quando John Kennedy lo impose all’isola castrista, e che Raúl ha definito «crudele, illegale e immorale»); e che si imporrà all’uscita dei fratelli Castro dalla scena politica. Questo sembra a noi il filo rosso che ha collegato i vari eventi della visita papale (19-22 settembre) a Cuba
di David Gabrielli
Dopo Cuba (19-22 settembre) Francesco ha visitato per cinque giorni gli Usa, costellando il suo pellegrinaggio di incontri importanti. Particolarmente significativi i discorsi da lui tenuti al Congresso statunitense, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, all’Incontro mondiale delle famiglie svoltosi a Philadelphia. I temi geopolitici ed ecclesiali emersi, evidenziano prospettive di grande portata ma manifestano anche asperità data la complessità dei problemi incombenti la stessa difficoltà di attuare in concreto i princìpi a cui ci si appella.
La tappa statunitense del pellegrinaggio americano di papa Francesco ha avuto quattro picchi in altrettanti discorsi: al Congresso, all’Onu, all’episcopato degli Usa e alla conclusione dell’Incontro mondiale delle famiglie, a Philadelphia. Insieme questi testi rappresentano, ci pare, un corpus che riassume il pensiero geopolitico e quello ecclesiale e pastorale di Bergoglio.
di don Cristiano Bettega (responsabile dell’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale italiana)
«Era ora!». Quante volte, di fronte a gesti attesi, desiderati, preparati e richiesti magari da molto tempo, abbiamo esclamato che «era ora» che quel gesto avvenisse, che quella parola fosse pronunciata, che quegli occhi si incontrassero e quelle mani si stringessero? A Torino, la mattina del 22 giugno scorso, nessuno – almeno al microfono – ha detto che era ora; tutti però lo abbiamo sentito pronunciare dal cuore, tutti lo abbiamo letto sul volto del vicino, tutti siamo usciti dal tempio valdese convinti che davvero era ora che quella soglia fosse finalmente varcata.
Un particolare degno di sottolineatura, a mio avviso, e neanche poi tanto secondario, è il fatto che in quell’oretta siamo riusciti tutti a imparare qualcosa, se soltanto ne abbiamo avuto la volontà. Le testate di quei giorni si sono prodigate – e giustamente! – nell’affermare che dopo otto secoli era la prima volta che un papa entrava in una chiesa valdese, che l’avvenimento era di quelli che segnano la storia, che le attese erano tante e giustificate. Tutto vero.
di Brunetto Salvarani
Per capire qualcosa dell’eccezionalità dell’evento del 22 giugno, parto con una memoria personale: ripenso a quando, fine anni Settanta, con un gruppetto di amici della parrocchia accompagnati dal nostro frate di riferimento, in un viaggio a Ginevra decidemmo di entrare a visitare la chiesa di Giovanni Calvino. Di fronte a tale ipotesi, accadde qualcosa da noi ragazzi del tutto imprevisto: il buon frate sbiancò, si fece muto, entrammo con lui visibilmente imbarazzato, e riprese a parlare solo dopo essere uscito. Guardandoci di traverso, stupito che non capissimo quanto grave fosse ciò che avevamo fatto, e l’avevamo costretto a fare. Negli anni seguenti, avrei raccolto ben altre testimonianze del dileggio sistematico e popolare dei cattolici nei confronti dei valdesi e di altre realtà di matrice protestante, fino agli anni del Vaticano II. Ma todo cambia, e fortunatamente non sempre in peggio. L’ecumenismo, dono di Dio al cristianesimo novecentesco, si è progressivamente fatto strada: troppo lentamente, secondo qualcuno, eppure riuscendo a favorire la creazione di un clima (almeno) di rispetto reciproco fra le Chiese.
Foto: Pietro Romeo/Riforma
di Luigi Sandri
Perché, bruciando tutti i media, un certo sito, legato a L’Espresso, lunedì ha anticipato l’intero testo dell’enciclica Laudato si’ che ufficialmente i giornalisti accreditati presso la Sala stampa della Santa Sede avrebbero ricevuto giovedì 18 giugno, alle ore 9, e con embargo alle 12 dello stesso giorno? Concordo con quanti ritengono che si tratti di un’operazione scientificamente preparata per cercare di sabotare il documento di papa Francesco. Il sabotaggio consiste nel depotenziare il messaggio del testo perché, adesso ormai diffuso in anticipo su molti siti internet, e ieri e oggi commentato con intere pagine dai maggiori quotidiani, fa perdere incisività e novità alla prevista presentazione ufficiale.
Naturalmente, il testo non è arrivato dal cielo, al citato settimanale: una mano amica – una mano vaticana o comunque ecclesiastica – glielo ha passato, proprio allo scopo di lanciare uno scoop che sconvolgesse la programmata presentazione. Infatti, i media non daranno più lo spazio previsto all’enciclica, in quanto ormai priva di novità, e dunque potendo apparire ai lettori una «minestra riscaldata».
di Grado Giovanni Merlo (docente di Storia del cristianesimo all’Università di Milano e presidente della Società internazionale di studi francescani)
L’imminente visita di papa Francesco alla comunità valdese di Torino rappresenta un fatto di enorme rilievo: un rilievo che va ben al di là del dato, per dir così, quantitativo. I valdesi contemporanei sono poche migliaia, sparsi e dispersi nella penisola italiana e nel lontano Uruguay: poche migliaia che però suscitano l’interesse curioso e, talora, ammirato di non pochi cittadini italiani, che da qualche anno a loro destinano una quota significativa dell’8 per mille. Eppure, dei valdesi contemporanei, in generale, si sa molto poco, come dimostrano quasi sempre gli organi di informazione di massa, che ripetono, in modo acritico, la favola della loro discendenza da «Pietro Valdo, ricco mercante di Lione». I valdesi contemporanei sarebbero, perciò, i “discendenti” degli “eretici medievali”, nascostisi nelle marginali valli delle Alpi occidentali per sfuggire alla repressione ecclesiastica e così sopravvissuti fino ai giorni nostri. L’attrazione mediatica dell’eventuale titolo giornalistico “Francesco incontra Pietro Valdo” diviene irresistibile: papa Bergoglio riproporrebbe la mitica figura di san Francesco d’Assisi e i valdesi si rinnoverebbero, a modo di sineddoche o di metonimia, nell’altrettanto mitica figura di Valdo.
La rivista Confronti propone il seminario itinerante “Cuba: quale futuro?” (10-22 settembre)
Tornata al centro dell’attenzione geopolitica internazionale per il riavvicinamento con gli Stati Uniti che avrà importanti conseguenze per l’intero continente americano, Cuba è la destinazione del prossimo seminario itinerante della rivista Confronti. Oltre alla visita dei luoghi di interesse storico e culturale, come di consueto incontreremo rappresentanti delle comunità religiose locali. Incroceremo la visita papale nell’isola. Ci accompagnerà nel viaggio il giornalista Luigi Sandri.
Per informazioni e iscrizioni
FINO AL 23 GIUGNO
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di Luigi Sandri, inviato di Confronti a Erevan
Il 23 aprile a Erevan i due catholicos hanno proclamato santi i martiri dei massacri perpetrati dai turchi ottomani. Poi, il 24, rappresentanti delle nazioni de lmondo hanno ricordato l’inizio del «Metz Yeghern». Le reazioni furenti della Turchia a chi (papa compreso) ha fatto proprie le tesi armene. Le speranze del futuro.
Non una spada, quasi per annunciare vendetta contro i turchi; non una bilancia, per ribadire la volontà di pareggiare il Metz Yeghern (Grande Male) subìto; ma l’indzi mi Mornar, cioè il nontiscordardimé – un umile fiore che di per sé invita ad una memoria intima e profonda, e però mite e nonviolenta – è stato scelto dall’Armenia per simboleggiare il centenario dell’inizio, il 24 aprile 1915, del genocidio del suo popolo. Un nontiscordardimé stilizzato, con cinque petali viola-blu e il cuore giallo, piccolo sui baveri delle giacche degli uomini e sui tailleurs delle signore, ben evidente sui cruscotti delle macchine, gigantesco sui fianchi delle montagne, dominava ovunque nel paese caucasico, dalla capitale Erevan a sperduti villaggi. E là presente era anche il nostro gruppetto di Confronti, per partecipare alle celebrazioni.
