intervista ad Alan Friedman (a cura di Mostafa El Ayoubi)
Ma quale America aveva consegnato a Trump quella sconcertante vittoria?
Stati Uniti
di Ludovico Basili, Walter Nastasi, Roberto Valenti (Istituto EcoAmbientale)
Lo scorso 23 febbraio gli indiani d’America sono stati costretti ancora una volta ad abbandonare la propria terra. Nonostante il loro spirito combattivo, alla fine le migliaia di membri della tribù di indiani Sioux di Standing Rock che si opponevano al passaggio di un oleodotto voluto dal governo e dalle multinazionali in violazione dei trattati firmati in difesa delle terre indiane, nel North Dakota, hanno perso la battaglia pur avendo resistito fino all’ultimo.
di Paolo Naso (docente di Scienza politica all’Università Sapienza di Roma)
Superato con difficoltà lo shock iniziale per l’elezione di Donald Trump alla presidenza Usa, facciamo ora i conti con i suoi provvedimenti che dividono l’opinione pubblica statunitense ma anche quella mondiale. L’importanza dell’appoggio degli evangelical e della destra religiosa.
intervista di Claudio Paravati a Nadia Urbinati (docente di Teoria politica alla Columbia University di New York e giornalista)
Più che il linguaggio e i modi volgari di Trump, su cui si sono focalizzati i media, il pericolo maggiore viene dalla concentrazione di tutto il potere – Camera, Senato, Presidenza e Corte suprema – nelle mani dei repubblicani.
intervista a Harvey Cox (teologo statunitense, ministro della chiesa battista)
a cura di Serena Piovesan, sociologa
La controversa figura del presidente eletto Donald Trump produce divisioni anche all’interno del mondo protestante statunitense: anche nell’ala più di destra, non tutti lo hanno appoggiato.
di Roberto Bertoni
Come cambieranno i rapporti fra Europa e Stati Uniti in seguito all’elezione del miliardario newyorkese.
di Marco Mazzoli (professore di Politica economica, Università di Genova)
Il Transatlantic Trade and Investment Partnership è costituito da una serie di negoziazioni di trattati commerciali, condotti prevalentemente in segreto tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America, con la motivazione ufficiale di «ridurre le barriere commerciali» tra Unione europea e Stati Uniti. Già il fatto che i contenuti della negoziazione, i suoi contorni e i suoi obiettivi siano segreti è di per sé inaccettabile per una democrazia rappresentativa (teoricamente dovrebbe esserlo anche l’Unione europea e, teoricamente, dovrebbero essere democratiche le sue istituzioni) e richiama, nel metodo, i trattati segreti tra le monarchie assolute, dove i governanti guidano sudditi e non cittadini.
Soprattutto, questa assenza di trasparenza non è certamente saggia in una fase in cui le istituzioni europee non godono esattamente di grande popolarità. Una forte impostazione ideologica già caratterizza l’architettura istituzionale dell’Unione europea, che prevede una moneta unica, non solo senza una politica fiscale “federale” europea, ma, per di più, senza il minimo coordinamento né la minima armonizzazione tra le politiche fiscali nazionali.
di Roberto Bertoni (giornalista free lance e autore di saggi, romanzi e poesie)
Anche se le sue probabilità di ottenere la nomination alla presidenza degli Stati Uniti nella convention democratica di luglio sono scarse, il “socialista” Bernie Sanders sta creando qualche difficoltà alla collaudata macchina elettorale di Hillary Clinton. Il ruolo chiave della generazione dei “Millennials”.
Probabilmente, al termine delle primarie democratiche, prevarrà Hillary Clinton: più rodata, più esperta della macchina del potere, sostenuta da tutti i pezzi da novanta del partito e capace di far breccia nel cuore di quelle minoranze nere e ispaniche verso cui da anni, fin dai tempi in cui era presidente suo marito Bill, manifesta un sincero interesse. Attenzione, tuttavia, a credere che quella dell’ex first lady ed ex segretario di Stato sarà una passeggiata, perché sul suo cammino ha incrociato un rivale su cui nessuno, all’inizio della competizione, avrebbe scommesso un soldo e che invece sta mettendo in seria difficoltà una donna tanto potente quanto emblematica di tutto ciò che gli americani non sopportano più.
di David Gabrielli
Dopo Cuba (19-22 settembre) Francesco ha visitato per cinque giorni gli Usa, costellando il suo pellegrinaggio di incontri importanti. Particolarmente significativi i discorsi da lui tenuti al Congresso statunitense, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, all’Incontro mondiale delle famiglie svoltosi a Philadelphia. I temi geopolitici ed ecclesiali emersi, evidenziano prospettive di grande portata ma manifestano anche asperità data la complessità dei problemi incombenti la stessa difficoltà di attuare in concreto i princìpi a cui ci si appella.
La tappa statunitense del pellegrinaggio americano di papa Francesco ha avuto quattro picchi in altrettanti discorsi: al Congresso, all’Onu, all’episcopato degli Usa e alla conclusione dell’Incontro mondiale delle famiglie, a Philadelphia. Insieme questi testi rappresentano, ci pare, un corpus che riassume il pensiero geopolitico e quello ecclesiale e pastorale di Bergoglio.
di Jenn Lindsay
Dzhokhar Tsarnaev, l’attentatore della maratona di Boston del 15 aprile 2013, è stato condannato a morte lo socorso 15 maggio. In quell’attentato erano morte tre persone: Krystle Campbell (29 anni), Lu Lingzi (23 anni), e Martin Richard (8 anni). Tsarnaev e suo fratello maggiore Tamerlan Tsarnaev (poi morto in uno scontro a fuoco con la polizia) avevano collocato una «pentola-bomba» in mezzo agli spettatori della maratona; una quarta vittima, Sean Collier (27 anni), addetto alla sicurezza presso il Massachusetts Institute of Technology, è stato ucciso nell’inseguimento dei due fratelli. Più di 240 altre persone sono rimaste ferite, alcune delle quali in modo grave. L’8 aprile Tsarnaev è stato condannato per una trentina di capi d’accusa, 17 dei quali reati capitali. La giuria ha ritenuto che la morte fosse la punizione adeguata per sei di questi 17 capi.
Negli Stati Uniti, l’applicabilità della pena di morte è decisa Stato per Stato. Il Massachusetts (dove è stato commesso il reato) non la prevede e non esegue sentenze di morte da quasi 68 anni. Secondo il Death Penalty Information Center, sono 1408 le persone giustiziate negli Stati Uniti dal 1976 a oggi. Gli Stati Uniti sono uno dei 22 paesi del mondo – e l’unico del continente americano – ad aver eseguito sentenze di morte nel 2014.
