intervista ad Alessandro Portelli
(Portelli ha insegnato Letteratura americana alla facoltà di Scienze umanistiche dell’Università La Sapienza di Roma)
I recenti episodi che hanno visto cittadini afroamericani – quasi sempre disarmati – uccisi da agenti di polizia, le reazioni della comunità nera, la condanna delle discriminazioni razziali espressa dal presidente Obama alle celebrazioni del cinquantesimo anniversario di Selma e il conflitto tra il Congresso e la Casa Bianca.
«Un cittadino nero statunitense ha più probabilità di essere ucciso nel suo quartiere che in Afghanistan. Sono infatti circa 400 le persone uccise ogni anno dalla polizia negli Stati Uniti, mentre la media dei soldati americani che muoiono in Iraq o in Afghanistan è di 385 l’anno». A parlare è Alessandro Portelli, che ha insegnato Letteratura americana alla Sapienza di Roma ed è impegnato da sempre a diffondere la cultura «dell’America a cui vogliamo bene», come lui stesso la definisce, «quella di Woody Guthrie, Pete Seeger, Bob Dylan, Bruce Springsteen, Malcolm X, Martin Luther King, Cindy Sheehan, Mark Twain, Don DeLillo, Spike Lee e Woody Allen».
Stati Uniti
intervista a Domenico Losurdo
(Filosofo e storico, ha insegnato Filosofia della storia all’Università di Urbino)
«In tutto il Medio Oriente, nella lotta contro i regimi laici scaturiti dalle rivoluzioni anticoloniali (che hanno fatto seguito alla Seconda guerra mondiale) e contro i movimenti di liberazione nazionale collocati su posizioni laiche, l’Occidente ha fatto appello alla religione e al fondamentalismo religioso: così in Iraq, Libia, Siria, Palestina, dove Israele a suo tempo appoggiò Hamas contro l’Olp di Arafat».
«Prima che si accentui il loro declino, gli Usa tentano di perpetuare la loro egemonia mondiale, avvalendosi della loro permanente superiorità militare al fine di estendere e rafforzare il controllo sulle aree geopoliticamente decisive del pianeta».
di Paolo Naso
Con il risultato delle elezioni di midterm che si sono svolte a inizio novembre, si può considerare concluso il ciclo politico di Barack Obama. Gli restano ancora due anni di presidenza, difficilissimi, nei quali sia la Camera dei rappresentanti sia il Senato sono nelle mani dei repubblicani.
«Giudico potere esser vero, che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre», affermava Machiavelli per spiegare che il destino di un principe solo per metà dipende dalla sua virtù; per la metà restante dipende dalla fortuna. E Barack Obama, di fortuna ne ha avuta poca. Forse più netta del previsto, la sconfitta dei democrats alle elezioni di mid-term del 4 novembre pronosticata in tutti i sondaggi è puntualmente arrivata ed ha consegnato il Congresso ai repubblicani.
I dati sono così evidenti e corposi che ci costringono ad affermare quello che in cuor nostro non avremmo mai voluto ammettere, ovvero che con questo risultato si è concluso il ciclo politico del primo presidente nero degli Stati Uniti, l’uomo che soltanto sei anni fa ci aveva stupito con la sua vision dinamica e globale e che aveva saputo restituire una speranza ad ampi strati dell’elettorato ormai rassegnati all’idea che, chiunque fosse andato alla Casa Bianca, nulla sarebbe cambiato nella qualità della loro vita.
di Giulietto Chiesa
La crisi attuale – spiega a Confronti il giornalista Giulietto Chiesa, già parlamentrare europeo, fondatore del laboratorio politico-culturale «Alternativa» – non parte dalla cosiddetta «annessione» della Crimea. Che, in realtà, è stata un vero, plebiscitario pronunciamento popolare. La storia è cominciata con un colpo di Stato, avvenuto a Kiev il 22 febbraio, con il rovesciamento violento di un presidente regolarmente eletto dalla maggioranza degli ucraini. Corrotto fin che si vuole, e anche un po’ di più. Ma se dovessimo applicare questi criteri, di governanti corrotti ce ne sono stati e ce ne sono in abbondanza anche nel resto d’Europa.
Devo a un amico russo un documento molto interessante, che presto ripubblicherò in edizione integrale su pandoratv.it: si tratta di un’intervista televisiva a Vladimir Putin risalente presumibilmente al 2004, cioè ai primi anni della sua prima presidenza. Ne traggo qualche citazione testuale che ci permette di collocare precisamente in quel contesto la fine dell’idillio tra la Russia di Eltsin e gli Stati Uniti. Parlo della Russia di Eltsin perché Putin ne faceva parte così intimamente da essere stato designato come successore.
E dunque quale fu la cosa che fece terminare l’idillio? Putin discorre sui missili antimissile che gli americani volevano piazzare nella Repubblica Ceca e poi in Polonia…
Negli Stati Uniti, il Pentagono aveva preso la decisione (poi revocata) di sospendere tutti i voli degli F35 per problemi al motore.…
La domanda che ogni elettore si pone andando a votare per le presidenziali è: si sta meglio o peggio di quattro anni…
