Nel tempo dei “bulli planetari” il diritto internazionale appare sempre più fragile e subordinato alla legge del più forte. In questo vuoto di autorevolezza sovranazionale, il papa emerge paradossalmente come una delle poche figure capaci di esercitare un soft power in alternativa al rogo.
Trump
La crisi di Donald, i successi di Bibi, l’imbarazzo di Ursula
A un mese dall’attacco congiunto di Israele e degli Usa contro l’Iran è lecito tentare un bilancio di questa guerra che, persino a detta di chi l’ha voluta, ha leso il diritto internazionale.
L’accordo di pace tra Repubblica democratica del Congo e Rwanda, celebrato a Washington dall’amministrazione Trump, si rivela fragile e largamente disatteso sul terreno. Mentre i combattimenti dell’M23 proseguono nel Kivu del Sud e del Nord, la società civile e le Chiese congolesi denunciano una pace imposta dall’esterno, funzionale agli interessi minerari più che alla sicurezza della popolazione.
Donald Trump minaccia un intervento militare in Nigeria per fermare la “persecuzione dei cristiani”, ma analisti sottolineano che la violenza nel Paese colpisce indistintamente cristiani e musulmani.
Settant’anni dopo il gesto di Rosa Parks, gli Stati Uniti appaiono più divisi e fragili, travolti da un’ondata di odio politico, suprematismi risorgenti e derive autoritarie. L’America che seppe mobilitarsi per i diritti civili oggi sembra smarrita tra trumpismo, cinismo e violenza sociale. A mancare non sono solo nuovi leader, ma la capacità collettiva di riconoscerle e sostenerli.
Frettolosamente archiviata la fastosa celebrazione della fine della guerra tra Hamas e l’Idf, ci ritroviamo di fronte allo scenario di una pace figlia di una guerra asimmetrica ma specularmente immorale, costruita senza giustizia.
L’“Occidente”, inteso come alleanza geopolitica e modello ideologico di democrazia liberale, ha perso centralità e coesione sotto il trumpismo, accentuando la crisi europea. Le Chiese reagiscono in modi diversi: Roma si proietta globalmente, mentre il Protestantesimo recente si è sviluppato in dialogo, critico, ma intenso, con l’ideologia “occidentale”, e da noi con il progetto europeista.
Con scarsa conoscenza del Continente africano e una retorica aggressiva, la politica commerciale di Trump rischia di soffocare l’industria tessile locale in Paesi poveri come il Lesotho. Una crisi silenziosa, ma devastante.
Geografie della deterrenza. Come cambia il diritto d’asilo a livello globale
Nel Mediterraneo come negli Stati Uniti, passando per l’Africa occidentale fino ad arrivare in Medio Oriente, i respingimenti delle persone migranti sono diventati la politica migratoria di predilezione. Ilaria Giglioli, studiosa di migrazioni, confini e razzializzazione (Università di San Francisco), analizza le “geografie della deterrenza” e le connessioni di questa tendenza a livello globale.
L’espressione «It’s the economy, stupid!» suggerisce una certa predominanza dell’economia, ma è tecnicamente imprecisa, poiché essa dipende anche dalle regole stabilite dalla politica. L’amministrazione Trump, ad esempio, con le sue guerre commerciali, ha aumentato l’incertezza economica e minacciato la pace, dimostrando quanto la politica sia influente, nel bene e nel male.
