Home Mondo Quale 2012 per i popoli arabi in rivolta?

Quale 2012 per i popoli arabi in rivolta?

by redazione

Un bilancio di quest’anno appena passato, tra conquiste e passi indietro, per cercare di capire cosa ci aspetta. Dalle prime «rivoluzioni» in Tunisia ed Egitto, con la caduta dei due dittatori Ben Ali e Mubarak, alle rivolte seguite in quasi tutto il mondo arabo, non tutte pacifiche e in linea con la «volontà popolare».

14 gennaio 2011, un anno fa, è caduto il primo dittatore della storia moderna del mondo arabo. Dopo una tirannia durata 23 anni, Ben Ali, sotto la pressione di una rivolta popolare pacifica, è scappato con la famiglia e con un misero bottino rubato al popolo tunisino. Si è rifugiato in Arabia Saudita, un altro Paese governato da una dittatura teocratica.

Nessuno o quasi se lo aspettava, perché di solito i dittatori arabi o venivano destituiti attraverso colpi di Stato militari o rimanevano al potere fino alla loro morte (naturale). Ma la notizia della fuga di Ben Ali non solo era incredibilmente vera, ma è stata soprattutto il preludio per lo stravolgimento della scena politica e sociale in altri Paesi arabi.

Meno di un mese dopo, l’11 febbraio, un altro dittatore ha dovuto cedere il potere: Mubarak, dopo quasi 30 anni di potere assoluto in Egitto, è stato cacciato via da milioni di cittadini egiziani scesi pacificamente in piazza. La caduta del regime totalitario nel più influente Paese del mondo arabo ha rotto gli argini della paura e ha dato il coraggio ad altri popoli arabi di manifestare: se il miracolo è accaduto in Egitto, perché ciò non poteva accadere anche in Algeria, Marocco, Libia, Giordania, Siria, Yemen, Bahrein, Arabia Saudita, e nel resto dei Paesi arabi, dove – ad eccezione del Libano – i regimi sono tutti totalitari? Pochi giorni dopo la caduta di Mubarak, si sono costituiti movimenti di resistenza in diversi Paesi: il movimento del 14 febbraio nel Bahrein; del 20 febbraio in Marocco; la «rivoluzione» del 17 febbraio in Libia, che però non ha nulla a che fare con quello che stava accadendo in altri Paesi arabi, come sarà dimostrato più avanti in questo articolo. Nel frattempo, nello Yemen i giovani manifestanti pacifisti avevano ormai deciso di rimanere in piazza in diverse città fino a che il dittatore Ali Saleh non si fosse messo da parte.

Ad un anno dall’inizio di questa straordinaria, inaspettata mobilitazione pacifica (salvo in Libia e Siria) nel mondo arabo, quali sono i risultati raggiunti? Verso che tipo di regime politico si andrà in questi Paesi? Quali saranno le conseguenze di queste «intifada» arabe sugli equilibri politici nella regione e nei rapporti internazionali oltre che sulla scena politica e sociale interna a questi Paesi?

L’obiettivo primario della rivolta nel mondo arabo era quello di instaurare la democrazia. Certo, la democrazia non si può instaurare dall’oggi al domani e un anno non è sufficiente per valutare se effettivamente la strada scelta per raggiungere tale obiettivo sia quella giusta. Tuttavia qualche passo – pur modesto – in avanti è stato fatto e qualche risultato positivo è stato raggiunto.

Il primo risultato: quattro dittatori (quasi) sono caduti. Ben Ali e Mubarak cacciati via pacificamente dai manifestanti tunisini ed egiziani; Gheddafi eliminato fisicamente da ribelli e mercenari armati e sostenuti dall’estero; Ali Saleh, anche se ancora al potere, è politicamente fuori gioco. È mantenuto in piedi dagli americani con la complicità del regime saudita, in attesa di effettuare un «regime change» nello Yemen, compatibile con gli interessi Usa nella regione.

Il secondo risultato: è stato ormai scongiurato il rischio che in queste repubbliche arabe il regime politico diventi ereditario. In Egitto, Libia e Yemen, i dittatori stavano manovrando per passare il timone ai loro eredi. Un precedente in tal senso si era già verificato in Siria quando Bashar al-Assad, nel 2000, aveva ereditato il «trono» che il padre Hafez al-Assad aveva occupato per ben 29 anni.

Il terzo risultato è che, comunque andranno le cose in futuro, in questi Paesi nulla sarà come prima. L’era delle dittature assolute fa ormai parte del passato.

Raggiunti questi risultati, ora si tratta di capire in quale direzione si sta evolvendo la situazione politica nei Paesi in questione. È una situazione molto fluida e in continua evoluzione. E sarebbe troppo ingenuo pensare che questi popoli saranno liberi di decidere il loro destino e quindi costruire da soli le basi per la democrazia perché la posta in gioco è troppo elevata e coinvolge gli interessi geopolitici regionali e internazionali. Quelli regionali riguardano la rivalità tra Arabia Saudita (e i suoi alleati del Consiglio della cooperazione del Golfo, Ccg), «custode» dell’islam sunnita, la Turchia, che ambisce ad un neo-califfato ottomano a guida del mondo islamico e l’Iran sciita che, a sua volta, vuole diventare una potenza regionale.

Riguardo alla sfera internazionale, gli interessi in gioco sono quelli legati all’egemonia che gli Usa e i suoi alleati hanno sempre avuto all’interno del mondo arabo. È noto il loro sostegno politico, economico e militare a quasi tutte le dittature filo-americane che, in cambio, hanno sempre assicurato alla Casa Bianca il controllo del mondo arabo, in Medio Oriente in particolare. Come si svilupperà la situazione in Egitto e in Siria, ad esempio, interessa molto gli Usa, l’Unione europea e Israele. Ma riguarda anche la Russia, la Cina e gli altri Paesi del Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) che oggi stanno cercando di ostacolare la totale egemonia del blocco dei Paesi occidentali sul mondo arabo.

Quindi pensare che sarebbe bastato mandar via un tiranno, buttare giù una bozza di Costituzione e indire elezioni per giungere alla democrazia era una mera illusione. La fase più complicata è il passaggio da un regime ad un altro. E la transizione non è detto che porti ad un regime democratico, soprattutto se la democrazia mette in discussione gli interessi di altri Paesi, democratici e non.

Il grado di ingerenza esterna negli affari interni di questi Paesi aspiranti alla democrazia dipende dalla loro importanza dal punto di vista demografico e geopolitico: l’Egitto e la Tunisia non hanno lo stesso peso nello scacchiere arabo; vi è una differenza sostanziale tra Tunisia e Libia sulla scena geopolitica africana; il ruolo della Siria è diverso rispetto a quello dello Yemen o del Bahrein riguardo al conflitto arabo-israeliano.

L’unico dato emerso con evidenza dopo un anno di mobilitazione politica è l’affermazione dei movimenti politici di matrice islamica, i cosiddetti islamisti. Laddove si è passati alla fase post-dittatoriale (Tunisia, Egitto e Libia) i movimenti islamici sono diventati i protagonisti politici della fase di transizione; mentre nei casi in cui sono in atto delle rivolte armate, la Siria per intenderci, gli islamisti combattono in prima fila per destabilizzare il regime.

La Tunisia e l’ascesa del partito islamista Ennahda

Le elezioni per l’Assemblea costituente avvenute in Tunisia il 23 ottobre scorso hanno incoronato il partito islamista Ennahda primo partito. Alle prime elezioni libere nella storia di questo Paese sono andati a votare il 52% degli aventi diritto al voto; molto poco, per un Paese che ha fatto la rivoluzione per la democrazia. Il 41% delle preferenze sono andate ad Ennahda, che ha ottenuto 89 seggi su 217. Ora toccherà agli islamisti guidare la compagine governativa che dovrà gestire la transizione. Questa vittoria è stata accolta positivamente dalle cancellerie occidentali, contrariamente a quanto fecero nel 1991 con il Fronte islamico di Salvezza (Fis) che stava per vincere le elezioni politiche in Algeria. Quella volta, in collaborazione con l’apparato militare algerino, riuscirono ad interrompere il processo elettorale accusando il Fis di «doppio linguaggio tipico degli adepti dell’islam politico in situazione di minoranza».

Oggi gli islamisti sono diventati all’improvviso degli alleati. «E se, in Tunisia, la democrazia passasse attraverso l’islam?», scriveva il quotidiano francese le Monde il 26 ottobre scorso. Perché questo cambiamento di strategia e questo sdoganamento dei movimenti islamisti che una volta erano considerati nemici della democrazia? Perché non c’era altra scelta. Il regime sostenuto fino ad un anno fa da Francia, Gran Bretagna e Usa era un regime secolare e i partiti laici dell’opposizione erano deboli e «d’élite», cioè molto staccati dal popolo per costituire un’alternativa. La popolazione (una parte importante) ha scelto Ennahda. L’unica soluzione era quella di dialogare con gli islamisti e concedere loro il sostegno internazionale di cui avevano bisogno per governare. Una parte consistente del lavoro di sdoganamento dell’Ennahda è stato svolto dai Paesi arabi del Golfo, i quali hanno pagato il conto delle spese elettorali del partito islamista e, per ringraziarli, Ennahda – che non ha avuto un ruolo determinante nella rivoluzione – ha definito il Qatar il «padre delle rivoluzioni arabe». Prima delle elezioni, i leader di questo partito si erano recati a Washington per negoziare l’appoggio degli americani in cambio di un riconoscimento da parte loro del paradigma del neoliberismo e delle istituzioni internazionali che lo regolano, Fondo monetario internazionale in testa.

Egitto: la coabitazione tra militari e islamisti

Il 10 gennaio 2012 si concluderanno le elezioni legislative in Egitto. Ma l’esito delle prime fasi di queste consultazioni ha confermato l’ascesa vertiginosa dei partiti politici di matrice religiosa: nelle prime nove province dove si è votato (comprese il Cairo ed Alessandria) gli islamisti hanno ottenuto il 65% dei voti: i fratelli musulmani il 36,6%; i salafiti il 24,3%, e i «moderati» di Al-Wasat il 4,2%.

La vittoria del partito Giustizia e libertà dei Fratelli musulmani era tutto sommato prevedibile. Come quello di Ennahda in Tunisia: era un partito fuori legge durante il regime dittatoriale; ha quindi capitalizzato sul piano simbolico un grande consenso popolare. Ma la grande sorpresa è stato il risultato ottenuto dal partito Al-Nur, ala politica dei salafiti che considerano le regole della democrazia un’eresia occidentale.

Come si spiega questo fenomeno? Secondo Bernard Rougier, direttore del Centro studi e documentazioni del Cairo, «gli islamisti in Egitto sono diventati difensori del principio elettorale perché vogliono avere un loro ruolo nella definizione della nuova Costituzione, qunado si sa che in seno a questi movimenti vi è tutta una tradizione che rifiuta questo principio e le istituzioni di tipo occidentale». In altre parole, ciò significa che la loro intenzione è quella di dare un’impronta religiosa alla Costituzione che verrà elaborata nei mesi a venire.

Cosa faranno gli islamisti una volta giunti al potere? Tutto dipenderà con chi si alleeranno e che tipo di islam invocheranno. Certo ora sono divisi tra di loro. I salafiti, che probabilmente rimarranno all’opposizione, accusano i Fratelli musulmani di essere troppo appiattiti sui valori dell’Occidente con il quali «trattano sotto banco per arrivare al potere».

Nel prossimo futuro, i fratelli musulmani avranno un ruolo politico primario, ma che tuttavia dovranno condividere con i militari. Oggi l’esercito ha di fatto preso in mano il potere. Per governare il Paese gli islamisti dovranno scendere a tanti compromessi con la giunta militare che al suo interno comprende gran parte dell’apparato dell’ex regime. Il capo del Consiglio supremo delle forze armate (Csfa) che guida la transizione è il generale Hussein Tantawi. Uomo dell’ex regime, Tantawi è stato ministro della Difesa per quasi vent’anni sotto il regime di Mubarak. I militari hanno l’appoggio degli americani perché sono gli unici finora in grado di garantire gli interessi Usa e il rispetto degli accordi di Camp David con gli israeliani. L’appoggio delle potenze occidentali ai militari gli garantisce non solo l’immunità contro ogni processo a loro carico per collusione con l’ex regime, ma anche la possibilità di continuare a governare indossando una divisa democratica.

Alla fine dell’anno, i giovani che hanno fatto la rivoluzione del 25 gennaio erano ancora a piazza Tahrir a manifestare contro il Csfa e contro il tentativo di far svanire la loro rivoluzione. Tentativo al quale partecipano attivamente gli islamisti in cambio di una fetta di potere. E la risposta dei militari negli ultimi tempi si è fatta sempre più violenta, causando morti e feriti tra i manifestanti. Un rapporto pubblicato da Amnesty international all’inizio di dicembre attesta che gli Stati Uniti continuavano ad inviare forniture militari all’Egitto, nonostante le forze di sicurezza del Cairo stessero attuando una violenta repressione contro i manifestanti: «Una nave destinata al Ministero dell’Interno egiziano è arrivata dagli Usa il 26 novembre, scaricando almeno 7 tonnellate di “munizioni fumogene”, tra cui sostanze chimiche irritanti e prodotti antisommossa». Ciò dimostra ancora una volta che la democrazia in Egitto è l’ultimo dei pensieri della Casa Bianca.

La Libia: il peggio deve ancora arrivare

Da quando Gheddafi è stato catturato e barbaramente ucciso delle milizie di Misurata, i riflettori dei grandi media sulla Libia si sono spenti. Gli Usa/Nato si sono liberati di un dittatore anti-occidentale ma hanno anche distrutto un intero Paese ormai in piena guerra civile. Una guerra civile creata ad arte per far fuori il regime: «l’intervento umanitario», come ormai è risaputo, era un pretesto per colonizzare di nuovo la Libia e impossessarsi delle sue ricchezze e aprirsi un varco strategico verso l’Africa.

Contrariamente a quanto è avvenuto in Tunisia e in Egitto, in questo Paese non ci sono state manifestazioni popolari pacifiche che chiedevano la caduta del regime. Quello che è accaduto è un colpo di Stato congiunto tra insorti e mercenari armati e forze della Nato che hanno partecipato attivamente con le loro bombe a distruggere le infrastrutture del Paese e massacrare decine di migliaia di libici: si parla di oltre 30mila morti.

Questi sono i primi risultati ottenuti dalla «rivolta» libica. Ma il peggio deve ancora arrivare. Lo scontro tra le tante tribù ed etnie che compongono il variegato tessuto sociale libico è solo all’inizio, nella grave crisi attuale.

Gheddafi, attraverso la ridistribuitone degli introiti derivati dal petrolio, riusciva a mantenere un equilibrio politico e una pace sociale tra le tribù. Ora che non c’è più Gheddafi, la percentuale dei ricavi d’oro nero che spettava allo Stato libico verrà drasticamente ridotta a favore delle multinazionali e quindi a scapito del popolo libico, che vedrà ridurre drasticamente il suo welfare: il reddito procapite libico era il più alto dell’Africa e in Libia ci lavoravano milioni di immigrati africani. Ora tutti sono mobilitati – armi alla mano – per tutelare i propri interessi. Sul campo è ormai guerra aperta.

Le tribù dell’ovest del Paese hanno considerato la vittoria del Consiglio nazionale di transizione (Cnt) come un’invasione da parte delle tribù dell’est. Inoltre nel sud-ovest (Fezzan), persiste una forte resistenza al Cnt. Il Cnt deve anche affrontare le aspirazioni autonomiste dei Toubous al Sud. Nel mentre la grande tribù di Warfalla (Bani Walid) è ormai fuori del controllo del Cnt. Le milizie di Misurata non riconoscono l’attuale autorità del Consiglio nazionale di transizione. Combattono contro i ribelli islamisti che invece sono alleati del Cnt. A loro volta, gli islamisti (arabi) stanno combattendo contro i berberi di Djbel Nefusa e Zenten. A fine novembre scorso la Conferenza libica degli amazighi (berberi) ha interrotto le sue relazioni con il Cnt, perché ai berberi non è stato assegnato alcun Ministero nel governo di transizione. Oggi le rigate berbere controllano una parte di Tripoli, compreso l’aeroporto, e sono loro che hanno in mano Seif Al Islam Gheddafi, che stanno trattando con rispetto, diversamente da quanto hanno fatto le milizie di Misurata con il padre, i cui lealisti hanno giurato vendetta. Il 25 novembre le brigate berbere di Zenten avevano arrestato (e poi liberato) Abdelhakim Belhaj, nominato capo della Tripoli Military Council da parte del Cnt. Belhaj è stato un mujahidin in Afghanistan e in Iraq ed era tornato dal Qatar per combattere a fianco del Cnt. Il suo arresto era avvenuto all’aeroporto di Tripoli mentre stava per volare verso la Turchia sotto falso nome.

Perché Belhaj, membro fondatore del Gruppo islamico combattente in Libia (connesso ad al Qaeda) stava per recarsi in Turchia sotto una falsa identità? È probabile che centinaia di ribelli islamici libici si siano trasferiti in Turchia al confine con la Siria per partecipare all’insurrezione armata contro il regime siriano; e Belhaj è un esperto in questo tipo di operazioni.

E mentre la Tripolitania è in subbuglio, sul palazzo di giustizia della capitale della Cirenaica, Bengasi – da dove era nata la rivolta «spontanea» – ondeggiava verso la fine di novembre la bandiera nera di al Qaeda. Anche in Libia stanno vincendo gli islamisti, ora con le armi, ma domani forse anche con le elezioni.

Questa è la drammatica situazione fotografata alle soglie del 2012. Gli Usa/Nato hanno raccontato all’opinione pubblica internazionale che bisognava intervenire in Libia per motivi umanitari e per la democrazia. Ma, ancora una volta, hanno mentito; come avevano mentito sull’Iraq e come stanno mentendo ora sulla Siria.

La crisi in Siria

Dopo la Libia, i grandi media al servizio delle grandi potenze occidentali si sono rivoltati con la loro guerra mediatica contro il regime siriano. Lo scopo è quello di preparare l’opinione pubblica internazionale ad ogni tipo d’intervento contro al Assad, descritto come un dittatore sanguinario che sta uccidendo il suo popolo. Parallelamente, le diplomazie degli Usa e dei suoi alleati sono al lavoro da mesi per spianare il terreno a qualche forma di intervento «umanitario» per proteggere il popolo siriano. Simile approccio è stato adottato in Libia attraverso la Responsibility to protect (R2P), un paradigma diventato una consuetudine nella prassi delle relazioni internazionali. La R2P autorizza la comunità internazionale ad intervenire in qualsiasi Paese indipendente, al fine di proteggere i cittadini di quel Paese.

Ma cosa si intende per «comunità internazionale»? Da quali Paesi è formata? Che legittimità ha? Chi decide di ricorrere alla R2P? Riguardo a queste domande, il politologo canadese Mahdi Darius Nazemroaya asserisce che «la comunità internazionale è molto di più dei Paesi della Nato. Chiaramente, la maggior parte del mondo era contro l’invasione anglo-statunitense dell’Iraq nel 2003, ma Washington e la Gran Bretagna hanno sostenuto che la “comunità internazionale” era con loro […]. Ora, sia le università che la società civile, sotto forma di Ong nei Paesi della Nato, hanno un ruolo importante da svolgere nella diffusione del paradigma R2P. Spingono per la sua normalizzazione nelle relazioni internazionali e il suo uso in Siria» («Globalresearch» 30/11/2011). Chi decide di intervenire, e in quale Paese, sono gli Usa/Nato e non la comunità internazionale nel suo complesso. Il Brics è una parte consistente di questa comunità, ma è stato contrario all’intervento in Libia e rifiuta oggi ogni tipo di ingerenza in Siria.

E, come era accaduto il Iraq prima e in Libia dopo, sbandierare da parte degli Usa il «principio» R2P serve per mascherare i veri motivi dell’offensiva contro il regime siriano, che non sono di certo la preoccupazione per la sorte del popolo siriano e per la democrazia in questo Paese.

Molti osservatori internazionali affermano che in Medio Oriente/Nord Africa è in atto il tentativo di riconfigurare la sua mappa geopolitica: un piano iniziato nel 2003 con l’invasione dell’Iraq e rilanciato nel 2011 sfruttando il vento di proteste sociali in molti Paesi arabi. L’obiettivo principale di questo progetto è quello di frammentare i Paesi arabi in piccole nazioni su base etnica e soprattutto religiosa per controllarli ancora di più e arginare così l’influenza dell’Iran sciita nella regione. Oggi l’ostacolo che impedisce il compimento di tale piano è la Siria. Motivo per cui gli Usa e i suoi alleati hanno lanciato all’inizio del 2011 una vasta campagna diplomatica e mediatica assieme ad un’offensiva guerresca affidata a ribelli e mercenari per rovesciare il regime siriano. La Siria in effetti è l’unico Paese arabo dove esiste un regime che contrasta la politica americana nel Medio Oriente, un regime molto amico degli iraniani – nemici giurati degli americani e degli israeliani – che sostiene Hamas e Hezbollah nel Libano. Secondo Michel Aoun, uno dei principali leader politici cristiani nel Libano, «l’intenzione degli Usa è quella di creare una diga islamica sunnita all’avanzamento dell’Iran nella regione; sarà una barriera che parte dalla Turchia verso la Giordania e l’Egitto passando per la Siria».

Ma un intervento militare della Nato in Siria oggi sembra impossibile. Si oppone il Brics, in particolare la Russia che dispone di una sua base militare in Siria. E ha già mandato le sue navi militari nella zona, come del resto hanno fatto anche gli americani. In questo quadro, intervenire militarmente scatenerebbe un conflitto armato su scala mondiale.

L’unica strada praticabile oggi è quella della destabilizzazione del regime attraverso un’insurrezione armata interna con un sostegno mediatico, diplomatico, logistico e finanziario, facendola passare per una «rivolta popolare pacifica» che vuole un cambio di regime e l’instaurazione della democrazia. A guidare la ribellione armata sono i fratelli musulmani siriani, virulenti oppositori del regime secolare nazionalista siriano che in passato li aveva violentemente oppressi. Nel 1982, il generale Rifa’at al Assad, zio dell’attuale presidente siriano, soffocò in un bagno di sangue una rivolta guidata da questo movimento. Allora la «comunità internazionale» non aveva mosso un dito, perché all’epoca gli islamisti erano anche loro dei nemici dell’Occidente. Ma ora non più. Per destabilizzare il regime gli Usa hanno scelto gli islamisti, gli unici in grado di farlo dall’interno.

La crisi attuale in Siria c’entra poco con la cosiddetta «primavera araba». Il regime siriano non è certo un regime democratico rispettoso dei diritti umani: è un regime totalitario come lo erano quelli tunisino ed egiziano. Ma il motivo per il quale lo si vuole far cadere non è legato alla natura di questo regime ma al suo essere non allineato e sottomesso alla Casa Bianca.

Quella siriana è una crisi che gli Stati Uniti e gli alleati stavano preparando da tempo. Già durante la presidenza Bush junior, gli oppositori siriani (in maggioranza Fratelli musulmani) collaboravano con la Casa Bianca, dalla quale ricevevano cospicui finanziamenti. Oggi gli islamisti guidano il Consiglio nazionale siriano (Cns) costituitosi ad Istanbul nell’agosto scorso e chiedono apertamente l’intervento militare della Nato per rovesciare il regime. Soluzione che l’opposizione interna – che chiede riforme, pluralismo politico e democrazia – rigetta totalmente, motivo per cui i suoi esponenti vengono sistematicamente isolati dai media e dalla diplomazia occidentale. Nel mese di ottobre scorso Michel Kilo, scrittore siriano oppositore del regime, è stato ostacolato nell’indire una conferenza stampa a Parigi perché la sua posizione contrasta con quella atlantista. Kilo infatti rigetta l’opzione dell’intervento militare e non esclude il dialogo con il regime (vedi «il Riformista», 30 settembre 2011).

Se per ora l’intervento Nato non sembra praticabile, l’opzione bellica interna è in fase avanzata di implementazione. Oltre ai ribelli armati e mercenari che giungono dal confine del Libano e della Giordania, si è costituito di recente l’Esercito libero siriano (Els), che opera a partire dal confine turco. Secondo il giornalista Thierry Meyssan, i militari che fanno parte dell’Els sono pochi, fuggiti in Turchia. L’Els «è addestrato da un ufficiale del Clan di Rifa’at al Assad (lo zio, già citato!) e di Abdel Hakim Khaddam, pubblicamente legati alla Cia» (vedi «Réseau Voltaire», 27/11/2011). Occorre ricordare che i due personaggi citati da Meyssan sono due ex vicepresidenti del regime siriano.

Nella crisi siriana, la Turchia sta giocando un ruolo determinante, non soltanto sostenendo il Cns e l’Els, che opera a partire dal territorio turco, ma conducendo una feroce campagna diplomatica contro il regime siriano.

Il peso dei turchi e degli sceicchi arabi

Prima dell’inizio delle rivolte arabe, la Turchia aveva un buon rapporto con la Siria. E la sua posizione contro lo stato di Israele riguardo alla crisi di Gaza sembrava un orientamento di opposizione alla politica occidentale nel Medio Oriente. La Turchia, inoltre, era contraria all’invasione dell’Iraq nel 2003. E a sorpresa di molti la Turchia ha cambiato strategia sposando il piano Usa/Nato contro il regime siriano, dopo aver riconosciuto la legittimità della guerra contro la Libia.

Perché questo improvviso cambiamento di strategia? Uno dei motivi è il fatto che il partito al potere «Sviluppo e giustizia» è di matrice islamica sunnita, come lo sono i Fratelli musulmani, principale movimento d’opposizione in Siria – sia politico che armato – e la più grande forza politico-religiosa oggi nel mondo arabo.

Vi sono, inoltre, ragioni legate agli interessi economici e geopolitici nella regione. Secondo il ministro degli Esteri turco Ahmad Davutoglu, «la Turchia segue una politica d’equilibrio tra i principi e gli interessi».

La Turchia ha un problema serio con i ribelli curdi che da quarant’anni lottano per l’indipendenza. Qualche mese fa sono arrivati in Turchia 4 droni, aerei americani di tipo «predator». La loro missione – dopo aver concluso quella in Iraq – sarà di sostenere i turchi contro la ribellione dei curdi. Ankara non è mai riuscita ad acquistare queste sofisticate macchine da guerra. Le aveva comprate da Tel Aviv e poi restituite, perché erano difettose. Questo è uno dei motivi principali del deterioramento delle relazioni diplomatiche con Israele negli ultimi tempi. Tel Aviv ha inoltre ostacolato la vendita di questi droni ad Ankara da parte degli Usa perché i membri del congresso americano – in maggioranza filo-israeliani – si sono opposti. Ma ora che la Turchia dispone di questa micidiale arma letale, qualcosa doveva offrire in cambio. La Turchia è tornata quindi nell’orbita Usa, motivo per cui Erdogan oggi fa la voce grossa contro al Assad.

Sul versante economico, gli interessi di Ankara riguardavano gli investimenti stranieri in Turchia. Il Qatar sta investendo molto in Turchia. È in cantiere un progetto per la creazione di una centrale di gas liquefatto destinato all’Europa nel quadro di un progetto di gasdotto che collega il Golfo Persico al vecchio continente. Sono previsti anche grossi investimenti bancari da parte di Doha e altre capitali del Golfo che hanno contribuito con la loro «generosità» a stroncare sul nascere quello che poteva essere un triangolo anti-occidentale composto da Teheran, Ankara e Damasco.

Questo è il quadro per sommi capi ad un anno dall’inizio delle «rivoluzioni» arabe che dovevano essere il punto di partenza per un cambiamento radicale che porti alla democrazia. Il cambiamento è in atto, ma sfortunatamente non in quella direzione: un cambiamento non a favore dei popoli arabi ma a quelli delle grandi potenze occidentali che hanno trovato negli islamisti un «nuovo» alleato per continuare a dominare il mondo arabo dopo averlo ri-configurato su base religiosa settaria, modello Arabia Saudita. Questo Paese, insieme al Qatar (entrambi hanno richiamato i loro ambasciatori da Damasco per protesta contro le violazioni dei diritti umani) e il resto del Consiglio di cooperazione del Golfo, con i loro petrodollari e i loro mercenari (Al Qaeda e altri), sono gli esecutori materiali di questo «cambiamento».

Mostafa El Ayoubi

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