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L’Europa di fronte al «fattore R»

by redazione

di Gaëlle Courtens

Quale laicità in Europa? E quale ruolo per le religioni? Facciamo il punto con il giurista Marco Ventura, docente presso l’Università di Lovanio, in Belgio, il quale ci spiega che «non potrà esservi sviluppo culturale e sociale della nuova Europa plurale senza un armonico approccio alla sfida religiosa».

L’Europa si sta accorgendo del «fattore R»? Al di là degli ormai tradizionali incontri di dialogo tra Unione europea ed espressioni religiose e filosofiche, come previsto dall’articolo 17 del Trattato sul funzionamento della Ue, questioni inerenti alla laicità e alla libertà religiosa, ma anche al crescente pluralismo delle fedi, al ruolo delle religioni nella sfera pubblica, ai diritti delle minoranze religiose e filosofiche, sembrano essere entrate nel lessico dei burocrati di Bruxelles e Strasburgo.

Non basta più, insomma, il mero «dialogo aperto, trasparente e regolare» (come recita l’articolo 17) con Chiese e organizzazioni filosofiche dei singoli stati membro. Una norma che tra l’altro esclude d’ufficio tutte quelle realtà che a livello nazionale non godono di riconoscimento giuridico – come a dire che per Bruxelles l’islam italiano, ma anche l’ateismo italiano, semplicemente non esistono. Un dato di fatto certo limitante per capire l’ampiezza del fenomeno religioso e filosofico in Europa, investita oltretutto da una galoppante secolarizzazione.

«Nei vent’anni trascorsi dal Trattato di Maastricht e dalla nascita dell’Unione europea, la consapevolezza che c’è molto lavoro da fare in tema di libertà ed eguaglianza religiosa è senz’altro cresciuta», è l’opinione del giurista Marco Ventura, da più di un anno docente presso l’Università di Lovanio, in Belgio, un punto di osservazione senz’altro privilegiato quando si tenta di capire più da vicino le dinamiche europee. Per Ventura non c’è dubbio che è anche cresciuta la consapevolezza che «non potrà esservi sviluppo culturale e sociale della nuova Europa plurale senza un armonico approccio alla sfida religiosa: dentro i confini europei, anzitutto, ma anche fuori, nelle politiche esterne della Ue».

È esattamente con questo spirito che lo scorso giugno il Consiglio europeo sugli affari esteri ha licenziato le «Linee guida dell’Unione europea sulla promozione e la protezione della libertà religiosa o di credo». Indirizzate agli stati membro della Ue, sono il frutto di un lavoro corale cui hanno attivamente partecipato anche diverse istanze religiose e filosofiche della società civile europea, tra cui la Commissione chiesa e società della Conferenza delle chiese europee (Kek). L’idea portante di tutto il documento, salutato con grande favore da Marco Ventura, è assai convincente: il libero esercizio del diritto alla libertà religiosa o di credo è infatti considerato quale «contributo diretto alla democrazia, allo sviluppo, allo Stato di diritto, alla pace e alla stabilità». Le linee guida contengono anche alcune prescrizioni puntuali alle quali dev’essere improntata l’azione della Ue per la libertà religiosa nel mondo. Inoltre viene chiesto esplicitamente di dare sostegno agli sforzi della società civile volti a promuovere la libertà di religione o di credo per tutti.

Un compito non facile, quello di impegnarsi a favore di uno Stato realmente laico, uno Stato che non privilegi nessuna delle comunità di fede che compongono il «mosaico delle religioni» presente nelle nostre società. E lo sanno bene tutte quelle realtà italiane impegnate da anni nella promozione di una legge sulla libertà religiosa e di coscienza: una clamorosa lacuna del nostro ordinamento, che piuttosto si rifà alle vetuste norme fasciste sui «culti ammessi», ferma restando la norma costituzionale delle Intese tra Repubblica italiana e singole confessioni.

«Certo, il caso italiano su questo fronte è sintomatico – dice Ventura –. L’endorsement da parte dello Stato di una religione, invece che di un’altra, in Italia è cosa tangibile e concreta. Prendiamo l’ora di religione: esclude dalla scuola pubblica tanta cultura religiosa e filosofica. È ingiustificabile. O l’esclusione dall’assistenza spirituale nelle carceri e negli ospedali dell’ateismo e di tutte quelle realtà di fede senza Intesa. È ingiustificabile. O l’8 per mille: ne usufruiscono solo alcune confessioni, mentre ne sono escluse tante. È ingiustificabile. Oggi ci sono delle norme che non hanno più alcuna ragion d’essere». Anzi, per Ventura si tratta di norme che ostacolano del tutto l’esercizio di alcuni diritti fondamentali pur sanciti dalle Costituzioni dei paesi europei.

In tutto questo, certo, la crisi non aiuta. Una crisi che non si può più definire passeggera, ma persistente, e che ha riportato alla luce vecchie e nuove fratture, con conseguenze che minano alla base la coesione delle nostre società multiculturali. Preoccupante è il fenomeno degli identitarismi, siano essi di tipo culturale, etnico, ma anche religioso. Identitarismi che in tutta Europa prendono delle colorazioni anche politiche: basti guardare alle frange più estremiste ungheresi, greche, olandesi, persino francesi, ma anche italiane. «Non c’è dubbio che la realtà sociale in Europa si sia trasformata profondamente – fa notare Ventura – e non c’è da stupirsi se in questo quadro ci siano processi identitari che molto spesso si scaricano sulla politica e che la politica a sua volta strumentalizza verso la religione».

Un campanello d’allarme è arrivato lo scorso 25 ottobre dalla Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri) del Consiglio d’Europa, che nel suo ultimo rapporto si è detta «profondamente preoccupata dall’estremismo di destra, compresi i movimenti anti-islamici». E intanto, agli stati membro ha lanciato un appello alla promozione del dialogo interreligioso, contro ogni pregiudizio. Dello stesso tenore i recenti dati pubblicati dall’Agenzia per i diritti fondamentali della Ue che evidenziano un aumento dell’antisemitismo e dell’islamofobia nei paesi dell’Unione, sentimenti di odio che troppo spesso sfociano in aggressioni violente, a volte fatali, a danno di singoli e comunità.

Di fronte a questi sviluppi, e per capire come meglio districarsi tra norme, principi e buon senso, nel 2010, con un finanziamento di quasi 3 milioni di euro, la Ue ha commissionato il progetto Religare (vedi scheda in fondo), il cui rapporto finale è ora disponibile. «Si tratta della più vasta ricerca europea su religione e laicità mai realizzata, che per tre anni ha coinvolto 14 gruppi di ricerca di diverse università europee», spiega Ventura, che ha avuto modo di seguire da vicino i lavori di questo pionieristico studio su «diversità religiosa e modelli di laicità in Europa».

«Al cuore del rapporto sta la proposta di un’armonizzazione europea del diritto e delle politiche sulla religione, a partire dai due principi di “neutralità inclusiva” dello Stato e di “giusta imparzialità” nei confronti delle religioni», spiega Ventura, che nei paesi europei vede sostanzialmente due tipi di approcci problematici alla questione: «Da parte di alcuni stati è innegabile l’eccesso di confessionalismo e di privilegi per una Chiesa maggioritaria o nazionale, mentre altri ostentano un’eccessiva neutralità, o accomodation, in fatto di religioni». Ora, aggiunge Ventura, i problemi legati al trattamento giuridico significativamente diverso tra grandi religioni e minoranze storiche in realtà esistono ovunque. Ma le motivazioni di natura storicistica, che spesso si adducono per spiegare questo stato di cose, per Ventura non reggono: «Le discipline di favore per le religioni maggioritarie sono state difese sotto il pretesto della valenza tradizionale, e quindi storica e culturale delle stesse. Ricordiamoci il caso Lautsi sul crocifisso nelle aule scolastiche arrivato fino alla Corte europea per i diritti umani di Strasburgo. L’Italia si difese, e vinse, apportando esattamente queste motivazioni. Non solo in Italia, ma in Europa, siamo ancora molto all’inizio di un percorso e molto arroccati su questo paradigma», osserva Ventura, che parla di «modo surrettizio di tenere in vita un confessionismo».

Ottima dunque l’iniziativa di Religare, perché mette a confronto i vari modelli esistenti in Europa, ma soprattutto induce a osservare ed analizzare i fenomeni da un punto di vista diverso, lontano anche dalle logiche di potere. Da questo punto di vista per Ventura il progetto Religare è un buon contributo agli attori politici e religiosi in Europa e un invito a interrogarsi sulla «postura» con cui finora siamo stati abituati a guardare alle questioni politico-religiose europee. «Sì, perché abbiamo assunto una postura storpia. Cambiare postura è doloroso e richiede molta fatica, ma è urgente cominciare a praticare un’altra ginnastica. Quel che è certo, è che abbiamo ancora molto bisogno di analisi e approfondimento. E poi – dice Ventura con molta enfasi – c’è un incredibile bisogno di raccontarsi, sia da parte delle istituzioni europee che da parte delle comunità di fede. Raccontarsi! Spiegarsi! Ed essere ascoltati! Ma a questo punto credo che gli stessi esponenti religiosi, quando si siedono ai tavoli istituzionali nazionali ed europei, abbiano una grandissima responsabilità. Le religioni non possono fare soltanto la battaglia per la difesa della loro autonomia e delle proprie prerogative, ma devono porsi per prime con un altro atteggiamento: un atteggiamento che guardi al bene comune, alla difesa dei diritti di tutti». E parlando di «drammatica mancanza» su questo fronte da parte delle stesse religioni, Ventura traccia un’ipotesi di lavoro: «Serve la costruzione di un’alternativa. Dobbiamo inventarci un altro modello, in cui ad essere protagoniste sono le stesse comunità di fede. Le religioni, ma anche le organizzazioni filosofiche, vanno sostenute in questo. Dobbiamo impegnarci a costruire una rete che sostenga questo sforzo delle religioni, e che non sia uno sforzo estemporaneo o sentimentale, ma uno sforzo che guarda al futuro. Perché le religioni hanno una responsabilità nella costruzione di una società coesa e pacifica, per quanto pluralista essa sia». La palla, insomma, ora passa a loro, ai leader religiosi. Meglio se la prendono al balzo.

 

 

SCHEDA. COS’È IL PROGETTO RELIGARE?

Il progetto Religare, dedicato allo studio di «diversità religiosa e modelli di laicità in Europa», si è svolto nel triennio 2010-2013 ed è stato coordinato dall’antropologa del diritto Marie-Claire Foblets, dell’Università cattolica di Lovanio (Belgio). Il progetto – che ha riguardato nove paesi dell’Unione europea più la Turchia – ha coinvolto quattordici gruppi di ricerca di varie università europee, tra cui, presso la Statale di Milano, l’unità diretta dal giurista Silvio Ferrari.

Al cuore del rapporto finale sta la proposta di un’armonizzazione europea del diritto e delle politiche sulla religione, a partire dai due principi di «neutralità inclusiva dello Stato» e di «giusta imparzialità». La «neutralità inclusiva» intende superare il modello di stretta separazione tra Stato e religione e la pretesa che la religione possa essere ignorata. Ma vuol essere anche alternativa allo Stato sedicente laico che tuttavia favorisce le Chiese maggioritarie, mentre ostacola o esclude le altre presenze religiose.

La «giusta imparzialità» richiede allo Stato una politica attiva di riconoscimento della diversità religiosa e non religiosa. In ossequio a questo secondo principio, lo Stato dovrebbe promuovere la varietà di convinzioni e di pratiche, considerandole non come un ostacolo allo sviluppo, ma come parte integrante del diritto di partecipare alla vita sociale. Combinate, «giusta imparzialità» e «neutralità inclusiva» consentirebbero di riconciliare da un lato la libertà di religione e convinzione, comprensiva delle convinzioni filosofiche non religiose, e dall’altro l’eguaglianza e il divieto di discriminazione. Questi due principi andrebbero applicati nei seguenti ambiti considerati critici: famiglia, lavoro, spazio pubblico e sostegno statale, comprensivo di finanziamento e accesso ai media.

Inoltre, Religare propone di scomporre la sfera pubblica in tre ambiti: lo «spazio comune» (la strada, la piazza, il mercato) aperto all’integrazione della diversità e quindi accessibile ai simboli religiosi e non religiosi; lo «spazio politico» in cui ha luogo il dibattito pubblico, il confronto aperto e democratico di idee; lo «spazio istituzionale» di un tribunale o di un Parlamento, dove si prendono decisioni vincolanti per tutti, la cui applicazione richiede che esse siano rispettate e riconosciute dalla generalità dei consociati. A tal fine, lo «spazio istituzionale» deve «non soltanto essere, ma anche apparire, giusto e imparziale». Si veda il sito www.religareproject.eu.

G. C.

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