Il “nuovo” governo di Israele e la “non pace” con i palestinesi - Confronti
Home Editoriali Il “nuovo” governo di Israele e la “non pace” con i palestinesi

Il “nuovo” governo di Israele e la “non pace” con i palestinesi

by Giorgio Gomel

di Giorgio Gomel. Economista, è membro dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), del Comitato direttivo di Jcall-Italia e dell’organizzazione Alliance for Middle East Peace

È bizzarro osservare come la comunità delle nazioni guardi con occhio benigno al governo di Israele, così eterogeneo nelle sue componenti, sebbene questo stesso riveli che non vi sarà un tentativo di giungere a una soluzione del conflitto con i palestinesi. Altre sono le priorità: le disfunzioni di una democrazia incompiuta, le diseguaglianze sociali, l’esplodere di violenze interetniche tra arabi ed ebrei, il rapporto conflittuale tra religione e Stato.

Il Primo ministro Naftali Bennett (leader del partito Nuova Destra) è ideologicamente opposto alla nascita di uno Stato palestinese; Yair Lapid – Ministro degli esteri, futuro primo ministro e leader del partito maggioritario della coalizione di governo – non è contrario a una soluzione basata sul principio di “due Stati per due popoli”, ma non ritiene che la si possa o debba tradurre in atto al momento. L’immagine un po’ oleografica che colora il dibattito pubblico nel Paese è quella del “ridurre il conflitto”. Come? Concedendo un po’ più di autonomia all’Autorità palestinese, ritirando l’esercito da alcune aree limitate della Cisgiordania, offrendo diritti di residenza a un certo numero di palestinesi. Offrire, inoltre, alla Striscia di Gaza un accordo imperniato su uno scambio fra “sviluppo economico e sicurezza” che includa forniture di energia elettrica, un aumento dello scambio di merci fra Gaza e Israele, l’apertura di un porto mercantile. Le intese recenti fra Israele e l’Autorità palestinese pur limitate sono importanti: il permesso di costruire circa mille abitazioni per famiglie palestinesi nell’area C della Cisgiordania sotto occupazione militare, il permesso concesso ad altri 15.000 lavoratori palestinesi oltre ai 120.000 che già varcano quotidianamente il confine e lavorano in Israele.

Ritenere che il conflitto possa essere gestito in forme “a bassa intensità”, che lo status quo possa essere sostenuto indefinitamente è illusorio. I costi umani e materiali della “non pace” sono enormi, come attestano l’ennesima guerra di Gaza del maggio scorso (con circa 230 vittime fra gli abitanti della Striscia e oltre mille abitazioni distrutte), il ripetersi ossessivo di violenze dei coloni contro vicini palestinesi e attivisti israeliani giunti in loro soccorso, lo stillicidio di vittime palestinesi in scontri con l’esercito sulle strade di Gerusalemme e della Cisgiordania. Ha sconcertato infine governi e opinioni pubbliche in Europa e negli Stati Uniti la decisione del Ministro della difesa (Benny Gantz, del partito Resilienza per Israele che fa parte della coalizione centrista Blu e Bianco) di dichiarare terroristiche organizzazioni della società civile palestinese in assenza di un processo aperto ed equo.

J-Link, una rete internazionale di organizzazioni ebraiche progressiste (www.jlinknetwork.org) si è unita alla protesta di varie Ong israeliane che condannano un tale atto in quanto «misura draconiana che criminalizza un importante lavoro nel campo dei diritti umani». Una decisione del genere non distingue fra coloro che usano violenza contro lo Stato e il popolo di Israele da un lato e quelle organizzazioni dall’altro che difendono i diritti umani nei Territori occupati. Le celebrazioni del primo anno degli accordi di normalizzazione con gli Emirati arabi e il Bahrein hanno mostrato come fossero illusorie le attese che gli accordi potessero dischiudere un orizzonte più positivo circa il negoziato con i palestinesi e un impegno dei Paesi del Golfo e di altri Stati arabi che, pur non più legati al principio che la nascita di uno Stato di Palestina sia conditio sine qua non per il riconoscimento di Israele e normali rapporti con esso, siano disposti a premere su Israele a tal fine.

Potrebbe l’Unione europea condurre un’azione di mediazione più fattiva? Secondo una proposta avanzata dal Policy Working Group – un gruppo informale di ex diplomatici e accademici israeliani –, dovrebbe formarsi una “coalizione di volenterosi” che agisca per una ripresa del negoziato; prema sull’Autorità nazionale palestinese per lo svolgimento delle elezioni per ora indefinitamente posposte; avvii contatti con Hamas sotto la condizione che essa abbandoni la violenza al fine di giungere a una tregua di lungo termine con Israele e a una ricostruzione dell’economia e della vita civile nella Striscia di Gaza; distingua fra Israele e le colonie nei Territori, rafforzando le direttive europee in materia di “etichettatura” delle produzioni israeliane degli insediamenti; riconosca lo Stato di Palestina, un atto che ancorché simbolico – date le condizioni sul terreno – potrebbe essere efficace al fine di una trattativa di pace fra i due Stati.

Ph. Gerusalemme © Robert Bye via Unsplash

Giorgio Gomel

Giorgio Gomel

Economista, è membro dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), del Comitato direttivo di Jcall-Italia e dell’organizzazione Alliance for Middle East Peace

Abbonati ora!

Solo 4 € al mese, tutta Confronti
Novità

Seguici sui social

Articoli correlati

Lascia un commento