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Il Coronavirus e il ruolo degli Ospedali Evangelici

by redazione

intervista a Barbara Oliveri Caviglia, presidente dell’Ospedale Evangelico Internazionale di Genova, e Luciano Cirica, direttore generale dell’Ospedale Evangelico Villa Betania di Napoli.

(intervista a cura di Marzia Coronati)

La storia dell’Ospedale Evangelico Internazionale e quella dell’Ospedale Evangelico Villa Betania è legata a due momenti di grande crisi per il nostro Paese.

L’Ospedale Evangelico Internazionale nasce a Genova nel 1857 durante un’epidemia di colera, grazie all’opera di un Comitato, composto da rappresentanti delle diverse Chiese evangeliche presenti a Genova (Anglicana inglese, Presbiteriana scozzese, Riformata svizzera, Valdese italiana), per far fronte alla pressante necessità di una struttura di accoglienza e cura per gli evangelici che, nonostante i principi di eguaglianza e libertà proclamati dall’allora recente Statuto Albertino (1848), non appartenendo alla religione di maggioranza continuavano a incontrare delle difficoltà ad essere accolti negli ospedali, oppure dovevano sottostare a pressioni e vessazioni a causa della loro diversa confessione.

L’Ospedale Evangelico Villa Betania di Napoli affonda invece le sue radici nella Napoli del dopoguerra, una città affamata, semidistrutta dai bombardamenti, e con circa 40.000 persone rifugiate nelle grotte circostanti la città, in un’area del tutto priva di strutture sanitarie e sociali. Da qui l’urgenza di costituire nel 1946 un Comitato Promotore formato dalle Chiese Evangeliche di Napoli che, per dare una prova della loro solidarietà verso i sofferenti, si pone come obiettivo la costruzione di un ospedale evangelico da realizzarsi in uno dei quartieri più poveri della città.Vengono raccolti i fondi necessari, si individua il suolo adatto, e nel 1968 viene fondato l’ospedale.

Oggi, nel pieno dell’emergenza Coronavirus, queste due strutture sono in prima linea nell’assistenza ai malati e nell’individuazione di nuove strategie per il futuro.

Barbara Oliveri Caviglia è presidente dell’Ospedale Evangelico Internazionale di Genova, costituito in due presidi, uno in città e uno a Voltri. Oggi la struttura di Voltri rappresenta il primo Covid Hospital della Liguria. L’abbiamo intervistata per capire come è avvenuta la trasformazione dell’ospedale.

B – Tutto è avvenuto in maniera rapidissima. Sembra passata una vita da quando la regione ci ha chiesto la disponibilità del presidio di Voltri per ospitare i malati di Covid 19, questo ha cambiato totalmente assetti e organizzazioni, ci siamo trovati a diventare, da presidio di ospedale normale per acuti, a primo Covid Hospital della Liguria, in pratica un ospedale trasformato per accogliere solo i malati di Coronavirus.
La prima fase ha visto i trasferimenti dei pazienti ordinari nelle altre strutture, poi abbiamo dovuto preparare e formare il personale, sono stati fatti dei corsi, è venuto un infettivologo dell’ospedale San Martino a supportarci, abbiamo diviso in squadre medici e infermieri. Nulla deve essere lasciato al caso e all’improvvisazione, tutto è pensato nei minimi particolari. Abbiamo al momento duecento persone impegnate in questo compito, che tutti assolvono con grande professionalità e volontà.

Anche gli abitanti di Voltri, all’inizio scettici e preoccupati, ora collaborano portando doni per chi lavora incessantemente giorno e notte. Quante persone ospitate al momento (ndr 23 marzo)?

B – Adesso abbiamo 67 persone, con 8 posti di terapia intensiva. Abbiamo messo a disposizione 72 posti, ma è sempre tutto in divenire. È vero, gli abitanti sono molto generosi, ci sostengono in ogni modo, soprattutto portandoci la buonissima focaccia di Voltri, e poi c’è una gara di donazioni per acquistare materiale, da parte dei singoli e delle associazioni.

Siamo nel pieno dell’emergenza, ma è necessario sin da ora rivolgere uno sguardo al futuro. Le categorie fragili per esempio come saranno tutelate? Chi avrà cura degli aspetti psicologici delle persone coinvolte?

B – Prima di tutto bisognerà occuparsi del personale sanitario, che rischia una posizione di burn out, sottoposto a dei turni sempre più massacranti. Medici e infermieri si trovano di fronte a un virus che non conoscono, gli esiti sono spesso imprevedibili, oltre agli anziani ci sono dei giovani intubati, insomma siamo di fronte a una situazione non conosciuta. E poi il dolore per la morte dei pazienti e per l’ammalarsi dei colleghi, la difficoltà di interagire e di dare risposte. I malati sono soli in questi momenti, quelli che non ce la fanno muoiono in solitudine e le famiglie non possono stare loro vicino, questo è straziante e bisogna vedere come poi sarà elaborato.

In tutta questa emergenza la solitudine è la condizione che più caratterizza tutto. Solitudine intesa come interruzione delle relazioni sociali, soprattutto per gli anziani, che in Liguria sono numerosissimi. Molti sono da soli in casa e hanno difficoltà ad accedere ai servizi online, le persone nelle case di riposo hanno perso i contatti con i familiari e con tutto il mondo del volontariato, ogni cosa è messa a soqquadro.  Poi ci sono le donne vittime di violenza, c’è stata una diminuzione del 55 % delle chiamate ai numeri anti-violenza, perché le donne si trovano a vivere forzatamente con il loro aguzzino. Insomma tutte le categorie più fragili ne risentono. È il momento di avere un atteggiamento diverso, di fare un salto di qualità che deve coinvolgere sia la politica sia noi. Anche per chi lavora nei due ospedali evangelici è arrivato il momento di mettere in atto un rinnovato spirito di servizio, di comunità,  di solidarietà a favore dei più deboli.

Luciano Cirica, direttore generale dell’Ospedale Evangelico Villa Betania di Napoli, ha raccontato come si sta affrontando l’emergenza Coronavirus in Campania.

L – Noi facciamo parte della rete di emergenza nazionale e quindi anche in questa occasione siamo in prima linea, abbiamo un pronto soccorso perciò offriamo assistenza anche i malati sospetti o positivi di Covid-19. Abbiamo messo in piedi un sistema di isolamento, prima che arrivano al pronto soccorso abbiamo due filtri di triage per evitare che il malato o sospetto possa entrare in altri reparti, poi aspettiamo il tampone e se è positivo lo inviamo nelle strutture che possono curare questi casi specifici. Qui in Campania la situazione si è aggravata negli ultimi giorni, soprattutto per il fenomeno dei rientri dal nord che ha determinato un aumento dei casi, fenomeno che ancora non è sotto controllo perché non si sa quante persone esattamente siano rientrate del nord e se abbiano aderito agli obblighi di quarantena. Sulla questione Campania  poi pende un tema generale di strutture inadeguate, un tema che riguarda anche tutta l’Italia. Credo che siamo di fronte a un sistema sanitario abbastanza impreparato a gestire questa vicenda e questo perché la sanità è stata oggetto di ristrutturazioni portate avanti secondo una logica del definanziamento.

Il sistema sanitario italiano è stato un modello per molti Paesi, negli ultimi dieci anni però abbiamo assistito a un impoverimento progressivo con un taglio di 37 miliardi di euro, se non fosse avvenuto saremmo stati più preparati?

L – Probabilmente sì, la sanità ha vissuto in questi anni un’immissione di risorse sempre più limitate e poi c’è stato il blocco del turn over del personale sanitario medico e infermieristico, un problema che si è particolarmente aggravato negli ultimi 3 o 4 anni perché non ci sono più medici, soprattutto al sud, e questo a causa di una scarsa capacità di organizzazione. Oggi scontiamo tutte quelle politiche efficientiste che hanno penalizzato la sanità. Si è fatto un ragionamento di tagli lineari, senza individuare i settori più importanti, perciò oggi da una parte ci sono i tagli, dall’altra ci sono gli sprechi dovuti a una cattiva gestione, alla mala sanità, agli acquisti sbagliati, a una burocrazia eccessiva, questi sprechi incidono del 25%, secondo gli studi di alcuni consulenti importanti del Gimbe, un costo sommerso notevolissimo. Insomma, da una parte si è attuata una logica di “razionalizzazione”, dall’altra una logica di sprechi, la combinazione di questi due fatti ha mostrato il suo effetto nefasto proprio in questi giorni. Oggi siamo di fronte a un grande problema, i nostri ospedali religiosi sono pagati a fronte delle attività che svolgono e quindi del fatturato,  in questo momento stiamo svolgendo un servizio pubblico che ha comportato dei costi (per la sanificazione, la ristrutturazione e l’acquisto di materiale) e contemporaneamente a marzo non abbiamo potuto fatturare quasi nulla per il blocco agli ambulatori e ai ricoveri ordinari, abbiamo avuto un calo del 70% del fatturato, per cui avremo una grossa perdita, in quanto i nostri bilanci non sono ripianati ogni anno. Questa è la contraddizione delle nostre strutture: siamo in prima linea e equipollenti al pubblico ma non veniamo parificati dal punto di vista economico. Non so quanto potremo resistere.

Un’ultima domanda, non abbiamo la palla di vetro ma provando ad azzardare qualche previsione, la sanità uscirà sconfitta o rafforzata dopo questa emergenza?

L – Considero la sanità italiana tra le migliori al mondo, con un personale straordinario, che rischia ogni giorno non solo per il Covid ma anche per tutte le altre patologie, certamente il Covid ci insegna che bisogna cambiare strategie per il futuro.


Aiutiamo l’Ospedale Evangelico Villa Betania di Napoli

https://www.gofundme.com/f/aiutiamo-ospedale-evangelico-villa-betania-napoli

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