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Marcia (Argentina)

by Nadia Angelucci

di Nadia Angelucci. Giornalista e scrittrice.

In Argentina l’emergenza Coronavirus ha investito e travolto anche la tradizionale, ma non per questo scontata, marcia per la memoria, la verità e la giustizia, per i e le 30.000 desaparecidos. Anche senza la marcia, la memoria e la ricerca di giustizia non si fermano.

«È stato un pañuelazo blanco (uno sventolare di fazzoletti bianchi), e una serie di “azioni 2.0”, nelle reti sociali, con video, fotografie, incontri virtuali, il 24 marzo 2020 in Argentina.

L’emergenza Coronavirus ha investito e travolto anche la tradizionale, ma non per questo scontata, marcia per la memoria, la verità e la giustizia, per i e le 30.000 desaparecidos, che ogni anno, dal 1986, gli organismi per i diritti umani organizzano nell’anniversario dell’ultima dittatura civico-militare (1976-1983).

Luz Palmas Zaldua, avvocata penalista con una specializzazione nei reati di “lesa umanità”, e una militanza precocissima con le organizzazioni argentine che dalla fine della dittatura si battono per verità e giustizia, non ricorda nemmeno quale è stata la sua prima marcia.

«Sono nata nel 1973 e quello che è accaduto al mio paese negli Anni ‘70 ha segnato profondamente la mia identità. Non ho nessun familiare desaparecido ma la mia è sempre stata una famiglia con un forte impegno politico. Ho letto a 12 anni, dopo una lunga discussione tra i miei genitori, il Nunca más, rapporto della Comisión nacional sobre la desaparición de personas (Conadep) in Argentina, e la mia vita è cambiata».

Le leggi di amnistia e indulto (Obediencia debida del 1987, e Punto final del 1986) decretate dal governo di Raul Alfonsín hanno per decenni sollevato da qualsiasi responsabilità penale coloro che avevano sequestrato, torturato, assassinato e fatto sparire i corpi degli oppositori politici durante il regime. Le leggi furono annullate nel 2003 dal Parlamento argentino e dichiarate incostituzionali nel 2005 dalla Corte suprema di giustizia, durante il governo di Néstor Kirchner.

L’impegno di Luz, prima sociale che politico o professionale, nasce negli anni della cosiddetta impunità; un lunghissimo periodo durante il quale i familiari delle vittime e i sopravvissuti dei centri di detenzione clandestina sono ricorsi varie volte ai tribunali argentini e a quelli internazionali per cercare di avere giustizia.

«In quegli anni lavoravo in una zona marginale di Buenos Aires, Villa Fiorito, e nel mio gruppo c’era una ragazza della mia età, figlia di desaparecidos. Lavoravamo con il quartiere, al quale mancava l’accesso ai servizi di base; facevamo un doposcuola, organizzavamo momenti di lavoro comunitario, di discussione e io, che già studiavo legge, facevo una consulenza giuridica.

La prossimità e l’amicizia con quella ragazza della mia età che era dovuta passare attraverso la scomparsa dei genitori e non aveva la possibilità neanche di sapere che fine avessero fatto contribuì ad avvicinarmi ancora di più a quelle storie e a comprendere cosa volessi fare nel mio futuro».

Quando dopo il 2003 sono ripresi i processi verso i responsabili di quei reati Luz era avvocata e aveva già una grande esperienza e conoscenza di tutte quelle storie.

«Uno dei processi che sicuramente ha segnato di più il mio percorso sia professionale che umano è stato quello dell’Esma [Escuela de la Mecanica armada; uno dei centri di detenzione clandestini e illegali dal quale si calcola che siano passate 5000 persone; il 90% di loro è scomparso nel nulla]; nel momento in cui, insieme agli altri avvocati e al Pubblico ministero, abbiamo chiesto l’ergastolo per il Tigre Acosta [uno dei responsabili di quella struttura] si è chiuso un ciclo nella mia vita. Durante gli anni dell’impunità Acosta appariva sui giornali perché frequentava il jet set; vedevo le sue foto e leggevo il Nunca màs dove erano elencati gli orrori che aveva compiuto. Il suo volto rappresentava per me il volto della dittatura. La sua condanna ha significato, dal punto di vista simbolico, un momento fortissimo».

Ma non c’è solo la necessità di chiudere un ciclo attraverso la giustizia penale. «In ogni testimonianza che ho ascoltato oltre al dolore emerge sempre una militanza integra e un impegno mai spento che rappresenta la radice più profonda dell’identità delle organizzazioni che in quegli anni si impegnavano per dare avvio a un progetto politico alternativo. C’è la storia di coloro che avevano creduto nella possibilità di una trasformazione sociale e politica nel nostro continente».

Nel 2017 Luz, dopo aver marciato fino alla Plaza de Mayo, è salita sul palco, come rappresentante del Cels (Centro de estudios legales y sociales), insieme alle Madres y Abuelas, agli hijos e hijas (figli e figlie) e ha potuto guardare davanti a sé la moltitudine di persone, storie, emozioni che compongono l’universo di chi non dimentica. «Anche quest’anno, malgrado il Coronavirus, è così: non marciamo ma non dimentichiamo».

[pubblicato su Confronti 04/2020]

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